Charlie-Hebdo: scontro di civiltà o in_civile chiamata alle armi? | di francesco giannatiempo via Tlaxcala

Ringraziando Fausto Giudice e Tlaxcala per aver pubblicato questo testo sulle vicende di Charlie Hebdo, propongo una riflessione informazional e linguisticamente socio-militante – e non militare – sui concetti di civiltà e in_civiltà espressi nelle ultime ore. Per questo post, solo testo social_mente generativo.

Charlie-Hebdo: scontro di civiltà o in_civile chiamata alle armi?

L’evoluzione tra crociate occidentali e Jihad: nel mezzo un vuoto e_volutivo e informativo

di Francesco Giannatiempo, Tlaxcala, 8/1/2015

Dottor Mazzari, si ricordi che l’Italia, la sua patria, ha bisogno di lei. Noi siamo in guerra, una guerra contro il terrore, War on Terror, come dicono i nostri alleati americani”. Minchia, “patria” e “guerra” parole impegnative sono! E io che devo fare? Sentirmi il salvatore della nazione, il Garibaldi dei tempi moderni? A essere sincero, la parola “patria” […] ho proprio difficoltà a comprenderne il significato al di fuori di una partita di calcio. È banale, lo so, però la verità è. Mi pare che non sia un problema personale, ma collettivo. Forse nel nostro immaginario è difficile staccare “patria” da “guerra”, da Benito Mussolini per intenderci.

da Divorzio all’islamica a viale Marconi (Amara Lakhous, ed. e/o 2010)

L’assassinio dei lavoratori della rivista satirica parigina Charlie Hebdo è un atto esecrabile e, certamente condannabile. Come ogni volta che viene usata la violenza. Bisogna porsi però una domanda: è davvero uno scontro di civiltà o si tratta di un’in_civile chiamata alle armi?

Il concetto di violenza e di brutalità assassina viene amplificato dalle modalità di esecuzione e di attuazione delle atrocità che l’essere umano compie su altri esseri umani, come sull’ambiente circostante (tolto il mondo umano, rimangono quello cosiddetto animale e quello minerale).

L’eco e lo sbigottimento conseguente a un’azione del genere – 12 persone assassinate a colpi di kalashnikov mentre si trovavano al lavoro nella redazione di Parigi – è inevitabile. Come inevitabile dovrebbe essere la stessa eco e sbigottimento quella dell’assassinio dei bambini palestinesi durante l’ultimo assalto in grande stile da parte di Israele contro Gaza. O la capacità di comprendere che vi sono persone che vengono uccise dai droni solo perché sospettate di essere “terroristi integralisti islamici”, salvo poi apprendere che forse tutta questa contiguità al “terrorismo islamico” non ce l’avevano. O che, durante l’operazione vigliacca e infame dei droni [morte volante telecomandata anche dall’italiastan (MUOS di Niscemi – CL) per giochi di guerra] scoprire che sono più le vittime innocenti a morire e non gli effettivi obiettivi dell’esportazione democratica occidentale.

L’immediata reazione parigina, Ue_ropea e occidentale ai fatti di ieri accaduti a Parigi è stata, in genere, di dura – durissima – condanna per l’azione omicida e stragista.

Immediate, per altro, le seguenti parole: terrorismo islamico, Al Qaeda, forse ISIS, terroristi di seconda generazione, attacco al cuore dell’Ue_ropa, attacco all’Occidente, attacco alla libertà di stampa. E così via.

E altrettanto subitanei i messaggi di lutto per gli assassinati e di solidarietà con i francesi – con la Francia tutta.

“Io sono Charlie Hebdo”. Questo lo slogan riportato verbalmente e su molti cartelli. I parigini e altri cittadini in tutta la Francia si sono riversati per le strade con una matita in mano a simboleggiare il proprio lutto e la vicinanza agli assassinati: “io sono – siamo tutti – Charlie Hebdo”.

Nondimeno, si è scatenata la ridda mainstreamer sul fatto: è un attacco alla civiltà, alla nostra libertà; bisogna chiudere le frontiere (Ue_ropee), applicare maggiori controlli, etc. Qualcuno, esaltato lui sì , ha parlato finanche di “muovere una guerra” (vari destrorsi italioti di cui è perfettamente inutile nonché dequalificante finanche riportarne il nome per esteso). Come se di guerre in giro per il mondo non ve ne fossero mai abbastanza, tanto per rispondere retoricamente a distanza.

Verso sera, ho scritto di getto un commento sulla mia desolata pagina di facebook, su cui sono solito riportare quasi solo i post del mio piccolo blog, scambiare un paio di vedute con qualche persona di rara sensibilità e intelligenza e, non di rado, usare l’ironia e la satira per commentare qualche fatto. Locale o mondiale che sia.

Come, per esempio, un riferimento agli argomenti che sarebbero stati trattati nei discorsi dell’auto-eletto premier d’italiastan – Matteo Renzi – e del dimissionario PdR Napolitano (scherzosamente, ma non troppo, definito da uno dei facefriends, NapoliNATO). Ebbene, siccome la memoria inizia a fare brutti scherzi, lo ripesco nella sua integralità: “a parte i soliti argomenti di regime (ISIS, Ebola, Migranti, Ripresa, Riforme, Start Up) in tweet d’ordinanza, Renzi ha stupito gli italioti con un pre-cotillon di fine anno: 8.000euro. Tale il risparmio impresariale a tutele crescenti. Questo ragazzo deve avere uno spin doctor cabalistico: 8euro per le primarie, 80 di bonus per chi c’ha il lavoro, 800 per chi fa figli. E forse, pensa all’otto-nerofascista in carambola per le palle che spara. O, più semplicemente, s’è adeguato alla inarrestabile quanto inveterata formula dell’ottopermille. Fatto sta che il prossimo passaggio incrementale sarà di 80.000: cosa riguarderà?

Appunto, tranne che per il resto del contenuto ironico sulla stretta attualità italiota, gli argomenti poi trattati sono stati pressappoco quelli citati all’inizio. Sono per caso un indovino? No, di certo. L’impulso a immaginare non manca a nessun essere umano. E andare molto vicino a quello che si realizzerà – per esempio: l’orizzonte d’attesa di un dato discorso da parte di qualcuno che non si conosce personalmente – può avvenire praticamente per un motivo ben specifico: questi argomenti sono già stati oggetto di diversi altri discorsi per un arco temporale piuttosto lungo, talmente lungo e comunque liminale coll’approssimarsi dell’evento che risulta altamente probabile che quei temi verranno ri_proposti.

Perciò, non era difficile immaginare che Renzi e Napolitano mettessero l’accento su ISIS, Ebola, Migranti, Ripresa, Riforme. Lo startu/appismo è stato lasciato in secondo piano.

Dunque, sono temi che seguono il leit motiv delle continue dichiarazioni imperial_colonialiste-belliche usamericane avverso la neo-minaccia che nel 2014 è stata individuata nell’ISIS. Motivo per cui moltissima retorica demagogica occidentale si è soffermata sullo “sforzo congiunto” da usare per de_bellare l’ennesimo tentativo di attacco alla civiltà e al modello democratico occidentale in itinere.

Attacco in itinere da ormai non si sa più quanto tempo. A vedere i numeri delle azioni belliche usamericane, vengono i brividi: sono lo stato che più di tutti ha mosso guerra fin dalla sua nascita e fondazione. Non difettano in questo, naturalmente così come odiosamente, moltissimi di quegli stati che si sono agglomerati e recintati nella Fortezza Ue_ropea: al netto di molta storia remota, facendo data dall’illustre rivoluzione francese, gli europei sono l’altro campione del bellicismo colonial_imperialista.

Non cito le spedizioni e i massacri sui nativi del continente Americano. E nemmeno la storia precedente. No, intendo limitarmi alla menzione di quest’intervallo relativamente breve nella storia umana, benché ricchissimo in maniera macabra del bellicismo mondiale. NordOccidentale in particolar modo.

Intanto, ho appena finito di postare – ribloggandolo – un post di un’amica blogger (MCC43-MAKTUB) che si occupa in maniera molto sensibile e arguta degli argomenti del Medio Oriente come di tante altre istanze relative agli oppressi. In quest’articolo dalla forma del saggio breve si rintracciano le basi per cui si può parlare – come si fa da anni, ma non basta mai – della Presunzione dell’Occidente nei confronti dell’origine e del sostegno del Jihad terroristico.

Il terrore, la parola terrore, come la violenza, non furono di certo estranei al momento rivoluzionario francese. Anzi, il periodo immediatamente post-rivoluzionario fu chiamato per l’appunto “Terrore” e costituì le basi per una sensazionale quanto momentanea ribellione della popolazione, nonché i prodromi occidentali per quella che verrà in seguito metabolizzata come democrazia. Chiaramente, attraverso i passaggi successivi che tutti conosciamo – o così dovremmo fare – ivi inclusi quelli che saranno gli standard del capitalismo. Lungi dal voler ripassare la complessità storica – ufficiale o meno che sia – di quel periodo. E lungi dal voler affrontare diacronicamente tutti i passaggi successivi che l’umanità ha compiuto sino a oggi. Ma, mi viene una domanda spontanea che mi è d’aiuto per collegare diverse altre istanze, e cioè: in cosa ci siamo evoluti? Diacronicamente parlando, è chiaro.

Italiastan. Ora, se un premier auto-eletto in una repubblica parlamentare formalmente democratica si esprime con i tweet, possiamo parlare di evoluzione? O, piuttosto, dovremmo parlare di e_voluzione? Non è che la telematica sia per forza di cose un indice evolutivo. Lo è nel senso di ausilio evolutivo, strumento adattabile, mezzo per migliorare le comunicazioni.

Ma dove risiede l’evoluzione, se il contenuto – e non il mezzo comunicativo – si focalizzano sulla “guerra al terrorismo (fondamentalista + islamico)? Esiste davvero una minaccia del genere per l’intera umanità? O solo per una parte di essa, per altro molto consistente e detentrice di un potere economico-finanziario e militare in grado di terrorizzare essa stessa il mondo intero? Cosa che sta già facendo, ma viene ri_formulata, ri_prodotta, r[app]presentata e mercificata come “esportazione del modello democratico occidentale”.

Potrei andare a disseppellire dalla libreria della mia memoria i numerosi scritti di Noam Chomsky sulla deterrenza democratica, sui vari livelli di distorsione informativa e di atterrimento socio-politico degli USA e di molti loro partner Ue_ropei (valga per esempio Hegemony or Survival – ed. Penguin 2003 in particolare il capitolo 8 dal titolo “Terrorism and Justice: Some Useful truisms). Oppure, potrei senz’altro riprendere in mano moltissima della letteratura americana – finanche parte di quella usamericana – in cui vengono abilmente snocciolate le esigenze di emancipazione dal colonialismo. Ma sarebbe particolarmente complesso e riduttivo affrontare anche questo passaggio.

Soffermandomi sul letterario, e tanto per riprendere la citazione dell’inizio di queste mie parole, desidero approfondire due citazioni che l’autore algerino Amara Lakhous fa nel suo libro Divorzio all’islamica. Ma, prima, è meglio sottolineare per un gusto vagamente occidentale, qual è la patente o il retaggio culturale di questo scrittore: vive a Roma dal 1995, laureato in filosofia ad Algeri e in Antropologia alla Sapienza di Roma, è anche autore di altri libri, tra cui Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio (2006) con cui ha vinto il premio Flaiano per la narrativa e il premio Racalmare-Leonardo Sciascia, e da cui è stato tratto l’omonimo film nel 2010 diretto da Isotta Toso. Dunque, le due citazioni in apertura sono testualmente:

Dal momento che l’amore e la paura possono difficilmente coesistere, se dobbiamo scegliere fra uno dei due, è molto più sicuro essere temuti che amati” (N. Machiavelli)

Quanto alla mia ironia, o se vogliamo dire alla mia satira, credo che mi liberi di tutto quello che mi dà fastidio, che mi opprime, che mi offende, che mi mette a disagio nella società” (E. Flaiano)

Celebri citazioni di personaggi altrettanto famosi.

No, comunque, in maniera molto più semplice, torno a parlare di evoluzione, di libertà, di presunzione occidentale, di imperialismo capital-colonialistico, di frontiere, di controlli, di sospetti, di guerra, etc.

E lo faccio, parlando di informazione. Ieri, durante le ore che hanno seguito l’eco del barbaro assassinio di 12 lavoratori occidentali impiegati in una rivista satirica francese, a corollario delle notizie di cronaca è successo altro. Per esempio, in italiastan come in Ue_ropa, si parlava di deflazione, delle percentuali di disoccupazione italiote in aumento e relative allo scorso novembre, di ripresa economica che arranca, di petrolio e di borse, e di norme inserite in emendamenti governativi che possono affrancare e/o salvare i grandi evasori fiscali – p. e. Silvio Berlusconi (contenuto nel decreto fiscale dicembrino, l’ art. 19 bis punta a escludere la punibilità in materia di evasione fiscale entro il 3% sul’imponibile; il decreto fiscale, approvato nello scorso dicembre ma inspiegabilmente rimandato nella sua messa in atti a dopo l’elezione del nuovo PdR, punta a razionalizzare l’ingarbugliata materia fiscale come la relativa evasione italiota, i.e. la grande evasione di persone dal forte patrimonio e non certo qualche poveraccio costretto a non poter pagare le tasse perché improvvisamente inope!).

Naturalmente, questa cronaca italiota nulla può riguardare – neppure indirettamente – quanto accaduto a Parigi. Ma tutto ciò di cui si parlava – per esempio la deflazione in cui si viaggia grazie all’abbattimento dei tassi di interesse da parte del lato bancario-finanziario della Troi©a – è passato inevitabilmente, inesorabilmente in second’ordine. Almeno sul mainstream.

Purtroppo, fuori di metafora e di satira, dagli anni 90 a oggi, siamo stati eterodiretti a livello informazionale su un obiettivo principale: combattere il nemico a casa sua, soprattutto se questo nemico è islamico, fondamentalista, si presume che detenga armi chimiche, e se compie attentati a New York. Come poi è accaduto in diversi altri paesi, seppure in maniera meno eclatante.

Dopo l’11 settembre 2001, lo sanno pure i muri . almeno quelli ancora in piedi – e gli abitanti (reduci o sopravvissuti) dei nuovi “stati canaglia”, i cui nomi non spariscono mai dalle varie black lists prontamente stilate nelle hit parades delle “democrazie” occidentali, che le parole Islam+Fondamentalismo/Integralismo+Terrorismo sono state legate per sempre in una locuzione inscindibile.

La fortuna di avere una capacità di sintesi e di analisi obiettiva, cioè di poter leggere la realtà senza essere trascinati nel main_stream/of unconsciousness dell’informazione imperial_colonialcapitalistica ci salva dal seguire questa corrente. Poco tempo fa su Tlaxcala è stato tradotto in diverse lingue il discorso del Segretario Generale di Hezbollah, Sayyed Hassan Nasrallah, in occasione della commemorazione del martirio dell’Imam Hussein –  27 Ottobre 2014. La prima parte è rinvenibile anche in italiano. Il titolo?: “Lo Stato Islamico è la più grande distorsione dell’Islam nella storia”. Il che detto da lui deve poter far riflettere non poco.

E non poco le prese di distanza sono state da parte del cosiddetto mondo integralista islamico in conseguenza dell’assassinio a Charlie Hebdo.

Lo stesso mondo islamico – ricordiamolo vario e multidisciplinare, differenziato e ricco di storia come di cultura e umanità –vittima dello stesso impavido, escrescente e tumefacente colonialismo francese. Chi è che non ricorda in ordine di tempo l’assalto della Francia con i caccia tra i denti contro la Libia? Francia che, insieme ad altre democrazie occidentali (UK, italiastan, etc), partecipa attivamente alla lotta contro l’ISIS, propagandadola come esportazione democratica, invero essendo un esercizio militare stragista e di mercato militare geopolitico.

Ma la riflessione più profonda, dobbiamo farla noi che siamo nati, cresciuti e forse ancora abitiamo nel e sostentiamo – direttamente o indirettamente – il mondo “democratico” occidentale. Trasformare una strage in un attentato di presunta matrice qaedista, mentre ancora non vi sono rivendicazioni ufficiali e solo perché si è sentito urlare “Allahu Akbar” (Dio è grande), è una precisa responsabilità comunicativa, nonché culturale. Il ritrovamento dei documenti e tutto ciò che ne è seguito – e ne sta con_seguendo con la caccia all’uomo – saranno oggetto di ulteriori riflessioni.

Ogni strage, attentato o atto di matrice terroristica viene immediatamente veicolato verso le parole Islam+Integralismo. Lungi da me condividere in toto il discorso del Segretario Generale di Hezbollah – soprattutto per il contenuto religioso – ciò che mi desta più preoccupazione è la completa cecità e massificazione unilaterale di una civiltà che viene classificata, categorizzata come in_civile.

Dunque, la domanda: in cosa ci siamo evoluti? Possiamo noi ritenerci più civili di altri?

Evidentemente, sì. Sì, se avalliamo le missioni di quelle che ho definito di pitch keeping (lett. mantenimento della pece e in opposizione a peace keeping o alla loro presunzione di essere tali). Sì, se contribuiamo con l’esportazione di armi e di mercenari, definiti più prosaicamente contractors per dare una velatura di accettazione semantica e demagogicamente tollerabile. Sì, se continuiamo a insistere sulle divisioni, sulle incomprensioni, su un primato: l’uomo è un primate, o da esso deriva – anche se i miei dubbi in merito aumentano sempre di più. La scimmia col DVD o i Google glass che intercetta e spia le telefonate di mezzo mondo o sull’astronave verso Marte è un sogno evolutivo diacronico che neanche i darwinisti si sarebbero mai immaginati.

La nostra società è composta dalla e radicata nella competizione. In fin dei conti, è un atteggiamento mutuato dal mondo animale, visto che animali lo siamo, e non solo in termini biologici! E se gli animali competono per motivi basilari (alimentazione/territorio/riproduzione), bisogna capire in generale se l’essere umano non è stato tanto devastante da indurre un separazione categorica anche nel mondo animale, tanto da avere un puma “democratico occidentale” e un mehari “integralista islamico” – con al tanto di seguito di spin doctors i primi e di barba e muezzin i secondi. Tralascio per decenza tutti gli altri in questa dicotomia dell’assurdo. E di certo non è un atteggiamento mutuato dal mondo minerale: avete mai visto una roccia o un enorme complesso di rocce – che ne so l’Everest – rivolgersi per esempio al Monte Bianco e dire: “Io sono più grosso, lungo e duro…!”? No, è l’essere umano – in particolare quello occidentale, e ancora più in particolare l’archetipo francese – che parlerà di celodurismo, di chauvinismo, di grandeur. Come pure di primato culturale, civile, economico, estetico, cercando di imporre i propri modelli tribali rendendoli dei totem mercificabili.

“Io sono Charlie Hebdo”. No, io non lo sono. E non perché possa mai assurdamente accettare una strage! Che questo sia chiaro e inequivoco. No, io non sono, come altri e più valenti compagn* di Tlaxcala hanno già riportato, Charlie Hebdo per tanti altri motivi (p.e. Je ne suis pas Charlie Hebdo (Yo no soy Charlie) di José Antonio Gutiérrez D. o le note immediatamente scritte da Michele Melaine e tanti altri in una distribuzione di letture sempre molto interessanti). Molti dei quali sono facilmente rinvenibili in quanto sopra scritto e descritto. Inoltre, perché ho ancora la libertà di poter dire che non mi piaceva Charlie Hebdo e manco condividevo delle scelte satiriche. Ma non li avrei mai ammazzati per questo. Come, neppure credo, lo abbia fatto il mondo islamico. Al massimo, volendo credere a questa versione dei fatti sinora inoppugnabile, l’”attacco al cuore dell’impero” un terrorista vero lo avrebbe portato e messo in atto verso un campo militare, verso un simbolo della “civile democrazia occidentale”, verso altro. Ma non verso i lavoratori di Charlie Hebdo. Anche perché, a destare un’incongruente allarme sulla contiguità informazionale, subito si è seguito il filo delle fatwa lanciate verso altri giornali satirici – Danimarca – e si è ripescato finanche quella più celebre lanciata dall’Ayatollah Komehini contro Salman Rushdie. Probabile che qualche cosiddetta “cellula dormiente” abbia eseguito un ordine impartito e si sia scagliata contro una rivista per “punire” gli infedeli. Ma diventa necessario ridurre i termini della questione a dei singoli o a dei micro-gruppi, piuttosto che immediatamente levare gli scudi e proporre l’informazione di uno scontro di civiltà: questo è troppo!

 

E non mi appello neanche alla religione, al culto, essendo privo di culto sacrale. Soprattutto del culto statale. Né mi rifaccio – visto che manco questo mi appartiene a livello culturale – al cosiddetto complottismo. Certo le produzioni hollywoodiane non poco hanno contribuito ad alimentare il sospetto di trame fittissime e inestricabili in cui il bene si confonde col male, oppure dove tra bene e male esiste quella linea grigia che è l’accettazione dell’uno e dell’altro, l’importante è che esista una soluzione che, per quanto tragica sia, porti e ri_ordini le idee basandole sul concetto di sistema democratico.

Che poi, il danno collaterale esista, è un altro paio di maniche…di una tuta mimetica?

L’ibrido incivile in cui stiamo collassando è anche, se non soprattutto, una nostra responsabilità. Almeno di quelli che seguono ed e_seguono le informazioni ricevute, senza farsi domande, senza studiare, senza chiedere spiegazioni, senza cercare di individuare altre possibili cause e, quindi, soluzioni al problema. Posto che il problema esista, al di là dell’atto innegabile dell’uccisione di 12 lavoratori di un giornale satirico parigino.

Perciò, se oggi ci fermeranno per la strada “sospettandoci” di essere terroristi o individuandoci come potenziali collaborazionisti, non ci dobbiamo stupire. Se negli USA gli agenti di polizia continuano a mietere vittime di persone afrodiscendenti, ma probabilmente usamericane da sei generazioni, c’è un grossissimo problema di evoluzione. Oltre che di civiltà. Gli USA, ancora detentori della pena di morte, come delle torture della CIA – e tralascio le altre agenzie , incluso Israele – stanno intanto trattando la proprietà industrial intellettuale con l’UE_ropa per ri_geografizzare il mondo occidentale. Allo stesso tempo, il “somos todos americanos” del papa cattolico nel dis_embargo cubano, invece di essere un messaggio solidario, è uno dei veicoli sloganistici di appiattimento e abbrutimento occidentalistico.

Io non sono né (us)americano – almeno come e perché lo intendono loro – né Charlie Hebdo. Ma nemmeno italiota (benché talora trovi conforto nelle mie radici socio-culturali). Io sono un cittadino del mondo!, senza patria, stanco e contemporaneamente rabbioso nel vedere la realtà distorta a favore del militarismo, della chiusura delle frontiere – mentali e fisiche – come del rinnovo propagandistico del terrore sociale.

No, non ho una matita in mano e non so più da quanto tempo non la impugno. Ma conservo l’ideale di libertà come di esercitarla anche con la satira, e di credere che il nostro doveroso impegno è la lotta a questo sistema involutivo o falsamente devolutivo. Un desiderio sempre vivo di socialità e libertà!

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