Grecia, Elezioni: Progressismo e Finanziarizzazione Sociale pro Fortezza Ue_ropa?

In Grecia, dopo i tentativi andati a vuoto per l’elezione del presidente della repubblica (?), sono state indette elezioni anticipate. Per superare la finanziarizzazione sociale, si cercheranno le strade del progressismo, pur volendo rimanere nella Fortezza Ue_ropa?

Quella che segue, è una delle fotografie che ritengo necessarie dover riportare coll’approssimarsi delle elezioni anticipate in Grecia, funzionali o finzionali della Fortezza Ue_ropa. La riprendo fedelmente da un’intervista tradotta e pubblicata 11 mesi fa su L’Olandese Volante dell’amico Marco Stugi.

“I governi che intendono attuare politiche progressiste non potranno rimanere nell’euro”

 

di Nuria Alabao Xavier Ferrer

Fonte Diario.es | 01/02/2014

Traduzione e introduzione di Francesco Giannatiempo

Nell’intervista che segue all’economista greco Costas Lapavitsas vengono affrontati alcuni dei peggiori incubi che sottendono le politiche dell’Unione Europea: austerità, identità (persa) delle sinistre e sinistre identità politiche, radicalizzazione,  attuazione di riforme e  manipolazione della sovranità nazionale grazie al supporto fornito alla Troika dal FMI.

E a proposito della crisi che ha completamente messo in ginocchio le condizioni socio-economiche delle nazioni-periferia europee – distruggendole, come giustamente sostiene Lapavitsas -, viene evidenziato uno dei mali peggiori dello sfacelo a cui tutti stiamo assistendo: Lapavitsas lo definisce “finanziarizzazione”, e non sbaglia affatto. L’individuo, la famiglia, il nucleo sociale, la nazione e lo Stato sono stati risucchiati nel vortice ecumenico della dinamica finanzial-capitalistica, ridisegnando il modus  vivendi umano e imponendogli un tasso d’usura mascherato dalla spirale debitoria e dal successo degli interessi attivi.

Un saldo complesso, che supera ogni contabilità e che la politica – quella radicale – dovrebbe stralciare a compenso della distruzione sociale sotto gli occhi di tutti. Quali le contromisure? Quali gli atteggiamenti? Cosa bisogna aspettarsi dal semestre di presidenza greco? E come reagirà la periferia continentale alle continue, nonché crescenti, pressioni di riacquisizione della sovranità monetaria, ovvero le istanze sempre più diffuse di uscita dall’euro? Quali le modalità di lotta, i pericoli?

Invitato in Spagna, quest’intervista a un economista greco costituisce una pietra miliare di ciò che il Mediterraneo ha patito e sta soffrendo , e di quante risorse – insulsamente represse – stiano covando sotto la brace dell’emancipazione dalla Fortezza Europa: il progresso non può essere sinonimo della politica che indossa una divisa  unica monetaria!

Buona lettura,

 

“La stabilizzazione dell’economia europea di certo è stata prodotta grazie alla distruzione: l’economia è distrutta e la disoccupazione aumenta”, dice l’economista greco Costas Lapavitsas

“Un governo radicale  in Grecia dovrebbe evitare di pagare una parte rilevante del debito, che altrimenti sarebbe insostenibile”

Costas Lapavitsas.

Costas Lapavitsas con dietro la riproduzione di un cartello di “Stop agli sfratti”.
Foto: Nuria Alabao

Costas Lapavitsas è professore di economia all’Università di Londra. Il suo ultimo libro –“Profiting without producing” (Guadagnare  senza  produrre)costituisce una radiografia imprescindibile per comprendere ciò che lui definisce “finanziarizzazione”, ovvero la crescita incontrollata del sistema finanziario e l’imposizione dei suoi interessi a tutta la società. Ha pubblicato in spagnolo Crisis en la Eurozona (Crisi nell’Eurozona), in cui si scaglia contro le misure  di austerità dell’eurozona. Ripone molte speranze in Syriza, ma avverte che il suo principio di voler rimanere nell’eurozona incontra serie resistenze tra le proprie fila. Lapavistas capita a Barcellona invitato dalla Plataforma de Auditoría Ciudadana de la Deuda, dall’ Observatorio de la Deuda e dal Seminario Taifa.

Come sarà il voto greco per  le europee?

In questo momento c’è molto scontento e rabbia. Esistono allo stesso tempo disperazione e mancanza di capacità organizzativa. Non ho idea se gli europei lo capiscono, ma i greci sono molto frustrati e anche molto disillusi: si sentono deboli. È possibile che il Pasok – il vecchio partito di governo socialdemocratico – sparisca completamente e Nuova Democrazia – il partito delle destre al potere – patisca importanti perdite. Ed è possibile che Syriza cresca e arrivi a essere il più votato, sebbene non sia possibile governare da soli. Si può prevedere una crescita del partito fascista come seconda o terza  forza politica.

Le elezioni europee, combinate con quelle comunali che in Grecia avverranno contemporaneamente, saranno un avvenimento politico significativo. Le elezioni europee possono comportare una trasformazione completa del quadro politico greco, come di quello elettorale in genere. Se il voto della coalizione del governo di destra e del Pasok venisse meno, sarà molto difficile per questi continuare a governare stabilmente e portare a termine le misure che la Troika esige.

E questo si somma alla candidatura di Alexis Tsipras, leader di Syriza, alla presidenza della Commissione Europea.

Credo che l’accesso di Tsipras alla presidenza europea sia un errore e un fatto molto pericoloso. Ad ogni modo, risulta estremamente  importante che Syriza lo faccia bene, in particolare se riuscisse a diventare il partito più votato in Grecia, dato che sta generando grande speranza sia in Grecia che nel resto d’Europa. Ciò accade per alcune ragioni: la sinistra, finalmente, può risultare un attore fondamentale, evitando di stare ai margini; ossia, può costituire la vera alternativa di governo. Malgrado vi sia bisogno di sapere chiaramente ciò di cui Syriza sia capace di fare o meno.

 Syriza dovrà affrontare grandi difficoltà in caso di esito elettorale positivo: da un lato con riguardo al suo funzionamento interno e alla sua composizione; dall’altro a causa  di alcuni problemi oggettivi a cui si troverà di fronte sia in Grecia che all’estero. Se Syriza non rispondesse alle aspettative, perdendo il controllo sulla sua formazione o non risultando all’altezza, per la sinistra la situazione diventerebbe molto complessa. La posta è molto alta.

Nel 2012, in Grecia c’è stato un default. A partire dai risultati di quanto accaduto, si può dedurre che l’insolvenza sia una variabile politica?

Il modo in cui è avvenuto il default in Grecia è tra i peggiori possibili. Nessun altro paese europeo – o nel mondo – dovrebbe gestire un default in questa maniera. Quando si arriva a questo stato di cose, il default deve risolversi nell’ambito della sovranità e dev’essere pensato basandosi sulle necessità del debitore, non su quelle di chi presta i soldi.

Il default greco è stato organizzato dalla Troika e per questo si è verificato in maniera tanto dannosa. Quanto accaduto in Grecia riguardava il debito privato, non quello pubblico. Così che i grandi perdenti sono stati i finanziatori greci, le banche greche, i proprietari di obbligazioni statali e di fondi pensione greci. Di conseguenza, lo Stato ha dovuto indebitarsi nuovamente per riscattare le banche che si trovavano in difficoltà a seguito del default. Dev’essere la prima volta nella storia che un paese operi in regime di default contro se stesso, invece di agire contro i finanziatori stranieri con l’obiettivo di ripristinare la propria economia. La Grecia ha ristrutturato il proprio debito e ha complicato ancora di più la sua situazione. È incredibile! Perciò, il default è un elemento molto importante, sebbene debba essere organizzato in altro modo. Ha ragione: la politica in questo caso è molto importante, e la forma politica di attuare il default è quella di procedere nell’interesse del debitore con una pressione dal basso.

In questo momento, in Spagna la visione più generalizzata è che siamo fuori da una situazione del genere. Il governo, basandosi su alcuni indicatori macroeconomici positivi, sostiene che la crisi sia finita e che la crescita sia ripartita.

Due cose sono cambiate in Europa in maniera simile sia in Spagna che in Grecia rispetto al 2010 e, perfino, al 2012. La prima è che nella periferia del continente il deficit del gettito corrente è calato a causa della recessione: le importazioni diminuiscono, perciò il deficit estero si è ridotto. La seconda è che anche il deficit finanziario è calato a causa della recessione Quindi, si è venuta a produrre una sorta di stabilizzazione su base fiscale e sul gettito corrente. Inoltre, questa situazione si è rafforzata grazie alla procedura attivata dalla Banca Centrale Europea risalente a più di un anno fa, quando Draghi disse che avrebbe fatto ciò che era necessario fare. Dunque, la combinazione tra la contrattazione del deficit e Draghi che stabilizzava i mercati finanziari  ha dato come risultato che non esiste  una pressione immediata da default. I mercati finanziari si sono calmati.

Ma, a ben guardare  l’economia reale, si può osservare invece che questa stabilizzazione è stata prodotta piuttosto a causa di una distruzione: l’economia è distrutta, la disoccupazione aumenta, e continua a esserci una recessione molto profonda. Ora è questo ciò che riesce a stabilizzare i mercati. Non è una situazione sostenibile, poiché è poco probabile che possa esserci una crescita rapida tale da poter rimediare alle perdite. Tutte le prove mostrano che le economie periferiche si stancheranno: perciò, questo non significa risolvere la crisi, se non  trasformare una grave crisi finanziaria in una crisi duratura dell’economia reale – che poi è quanto hanno prodotto le misure di austerità.

In Grecia si sta per prorogare la moratoria secondo cui non è possibile essere sfrattati dalla prima casa. In Spagna, la situazione è diversa: a cosa è dovuto?

In Grecia, la situazione è abbastanza confusa. La Troika sta esercitando pressioni a favore della moratoria affinché i banchieri possano disfarsi di alcuni dei loro investimenti immobiliari. Sostenendo che così potranno risanare i propri bilanci e che, una volta risanati, potranno tornare a prestare denaro. Questa logica è talmente intricata che non riesce a ingannare proprio nessuno: le banche presteranno denaro se verrà permesso loro di cacciare le persone dalle proprie case, solo perché questo serve per ripianare  i propri bilanci. Solamente il FMI poteva inventarsi qualcosa di simile: è un’idea troppo artefatta.

Il governo greco non intende sospendere la moratoria, sebbene si trovi sotto pressione. E non intende farlo, non tanto perché nutra  simpatie verso i proprietari di immobili o verso gli inquilini, bensì perché si rende conto che la sospensione della moratoria equivale alla dinamite politica. Allo stesso modo della Spagna, la Grecia possiede una quota di proprietari di immobili tra le più alte in Europa. Fattore che deriva da  una questione culturale associata all’idea di successo a livello sociale. Cominciare a cacciare le persone dalle proprie case perché in ritardo nei pagamenti, implicherebbe un aumento sensibile del conflitto politico: questo il governo lo sa; ecco perché sta resistendo. Tutto ciò dimostra la differenza delle possibili azioni politiche  in contesti distinti, tali come quelli di Grecia e Spagna.

La posizione di Syriza all’interno della sinistra non risulta essere maggioritaria, visto che si oppone all’austerità puntando molto, però, sulla moneta unica e sulla UE. Cosa comporta questo atteggiamento nell’ambito dell’Unione Europea?

 Secondo me è esattamente ciò che desidera la classe dirigente europea. Infatti Syriza dice: “Noi vogliamo rimanere nell’euro e, succeda quel che succeda, ci rimarremo a costo di radicalizzare la nostra azione”. Ma la classe dirigente sa bene che questa  opzione è impossibile. Ciò per cui Syriza risulta veramente pericolosa è il fatto di contenere una corrente di sinistra radicale – il 40% della coalizione – che non si trova d’accordo con questa proposta e che può arrivare  a comportare un pericolo di rottura. In altre parole, Syriza non è un organismo politico affidabile: è imprevedibile. E una possibile radicalizzazione della coalizione preoccupa fortemente la classe dirigente europea.

 D’altro canto, se Syriza venisse eletta, ci sarebbe un aumento delle richieste popolari, nonostante la gente sia pessimista e rimanga passiva. Con un governo di Syriza, le persone chiederanno misure relative ai propri salari, alle pensioni, al lavoro, etc: ogni genere di richiesta. Ed è proprio questo a costituire  una minaccia per la classe dirigente europea. Per di più, altri paesi europei penseranno di poter agire allo stesso modo. Perciò Syriza incarna una promessa, sebbene implichi allo stesso tempo un enorme rischio.

 Sembra che lei identifichi “sinistra” con l’atteggiamento di sostegno all’uscita dall’euro. Perché?

Secondo me, questo atteggiamento è l’unico che apra la possibilità di fare  politiche radicali di sinistra per cambiare i rapporti di forza in favore del lavoro e contro il capitale; politiche che risultano necessarie per ristabilire il danno inflitto ai paesi europei negli ultimi anni a causa della crisi. Sono politiche sensate, come la redistribuzione, il controllo o la nazionalizzazione  delle banche; o la riorganizzazione della produzione. Penso che questi cambiamenti siano impossibili all’interno dell’unione monetaria e significano il contrario di ciò che oggi rappresenta l’Unione Europea.

Provo a dettagliare meglio: un governo radicale in Grecia dovrebbe smettere di pagare un quota importante del debito – d’altra parte insostenibile – e dovrebbe cambiare le politiche fiscali e monetarie. Non si può assumere l’austerità; non si può puntare  sui surplus fiscali. C’è bisogno di attuare politiche differenti, che permettano la crescita economica. Un governo radicale dovrebbe nazionalizzare il settore bancario e creare delle banche pubbliche  che diano supporto alla riorganizzazione della produzione. Se si tengono in considerazione queste proposte, ci si accorge della loro inattuabilità all’interno dell’unione monetaria  come è oggi.

Non crede che se arrivassimo alla situazione in cui il governo possa applicare queste misure, la situazione politica europea cambierebbe tanto da pensare a modifiche nell’architettura stessa della UE?

A volte, la sinistra è necessaria per lo Stato-nazione al fine di proteggere i diritti dei lavoratori e dei democratici – e non può essere altrimenti. Il governo greco o portoghese non possono cambiare la struttura dell’Unione Europea; però, è certo che possono intervenire in Grecia e in Portogallo. Certamente, il mio non è un argomento nazionalista. A volte, si possono utilizzare i meccanismi dello Stato-nazione per creare una corrente internazionale.

Se nel 2010 ci fossero stati tutta una serie di governi di sinistra  in diversi paesi europei, allora se ne potrebbe parlare. Ma ad oggi siamo già a quattro anni di crisi, in cui la Grecia è stata strozzata, e sia  il Portogallo che la Spagna versano in pessime condizioni. Qui non si discute di eventi ideali, già sapendo che Syriza ha la possibilità concreta di entrare  nel governo e deve decidere cosa fare  nell’immediato.

Se arrivasse al potere senza un programma, pensando di cambiare la UE, l’unica conseguenza sarebbe il caos. Al contrario, esistono certamente cose che possono essere fatte, preparando la tua gente, tenendola informata  di ciò che è possibile, coinvolgendola in questo processo, visto che alla fine è da queste persone che deriva la tua  forza.

Come mai viene chiesto di affrontare le conseguenze negative di questo tipo, per esempio, con i costi per ritornare a una moneta nazionale?

Si deve capire che bisogna scegliere tra una morte lenta – ovvero ciò che è stato sperimentato – o uno shock controllato da cui poterne uscire in seguito. Se questo fosse il caso, lo shock e la sua gestione sarebbero più facili: si potrebbe intervenire sulla circolazione monetaria, nazionalizzare le banche e metterle sotto il controllo pubblico e imporre misure per impedire la fuga dei capitali. Si potrebbe intervenire sul mercato degli idrocarburi, su quello farmaceutico e su quello alimentare. Ci sarebbe bisogno di fare scorte per coprire le necessità immediate per un breve periodo di tempo finché la domanda torni a normalizzarsi. Tutto ciò si potrebbe implementare in forma controllata se il governo composto dalle sinistre fosse certo di quanto intende fare.

Molta parte del suo lavoro è incentrato sulla “finanziarizzazione”. Può spiegare cosa significa e  che tipo di conseguenze ha sul capitalismo contemporaneo?

La “finanziarizzazione” è un termine che fa riferimento alla evidente crescita del sistema finanziario nel mondo capitalista sviluppato degli ultimi tre o quattro decenni. Una crescita enorme della finanza, relazionato al resto dell’economia. Al contempo, esiste un aumento del beneficio finanziario: oggi, una enorme quanto spropositata parte di benefici deriva dalla finanza. Fattori verificabili sia negli Stati Uniti che in altri paesi oggetto di studio. Ed è anche noto che il genere di strato sociale beneficiario di tali proventi finanziari, adesso risulta molto diverso dal precedente. Esiste una piccola minoranza di gente associata al sistema finanziario che riceve una buona parte di questi benefici attraverso obbligazioni, salari  e altro, non per prestare denaro, ma come remunerazione per il proprio lavoro nel settore finanziario. Tutto ciò cambia la stratificazione sociale, dato che questo gruppo di gente conserva un grande potere nell’influenza delle politiche pubbliche.

Dal mio punto di vista questo avviene in maniera più profonda di quanto sembri e comporta una trasformazione storica, una trasformazione strutturale del capitalismo. Essenzialmente, si possono scorgere tre tendenze. La prima è che si sono “finanzia rizzate” attività commerciali e industriali non finanziarie; il che implica che non debbano appoggiarsi tanto alle banche per i propri investimenti, riuscendo a ottenere benefici  dalla partecipazione diretta al sistema finanziario. La seconda è che anche le banche si sono trasformate e hanno iniziato a ricevere benefici da altre banche, sia scommettendo sui mercati finanziari che prestando denaro a persone e famiglie. Infine, il terzo elemento è che anche le stesse famiglie e le stesse persone – lavoratori di paesi sviluppati – si sono “finanziarizzate”: si indebitano di più e hanno più attivi finanziari.

C’è una questione importante da sottolineare: i servizi pubblici come l’educazione, la salute, le pensioni o la casa –fondamentale – hanno subito dei tagli; mentre ora c’è una gestione privata di tali servizi mediata dalla finanza. Senz’altro, non si può lasciare che la finanza gestisca i diritti o le necessità fondamentali. Perciò, i salari vengono “finanziarizzati”, i risparmi vengono “finanziarizzati” e il sistema finanziario ne ricava benefici.

Quindi, se la “finanziarizzazione” significa un grande cambiamento nel capitalismo, le lotte come fanno ad adattarsi a questo cambiamento?

Questa è una buona domanda, su cui la sinistra deve cominciare a pensare. Siccome la storia è importante, bisogna costruire su ciò che è stato fatto, seppur adattando le lotte alle condizioni attuali e alle trasformazioni subite dal capitalismo. Bisogna pensare a come opporsi alla “finanziarizzazione”  e a come tornare allo stato precedente. È necessario pensare a come ripristinare i servizi pubblici. Di certo, bisogna pianificare la reversione della “finanziarizzazione” e la creazione un settore bancario pubblico, oltre  che trovare modi di controllare i flussi di capitale mettendo restrizioni alla loro circolazione. Intanto, è necessario pensare le forme di riorganizzazione dell’economia produttiva. Secondo me, lottare contro la “finanziarizzazione”, tornando a uno stato precedente, oggi costituisce la forma fondamentale di lotta contro il capitalismo.

 

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