No Nascite, Sì Petrolio: Villa d’Agri, Spending Review e Idrogeno Solforato

Riprendo la nota – ahimè sindacalista – sulla chiusura del reparto di ostetricia e neonatologia dell’ospedale di Villa d’Agri. La decisione è frutto della spending review, che tutto taglia, tranne le emissioni di idrogeno solforato valligiano.

Fonte: Sarconiweb.it

L’ex-assessore regionale Attilio Martorano l’aveva fatta sua. La spending review. Aveva colto il concetto principe dettato dall’austerità e inaugurato con la prima dittatura bianca e canuta italiota del governo plutoligarmonarchico a consigliori di Mario Monti et successivi pupi.

Niente è stato rivisto, inoltre, quando l’ex-presidente della regione Basilicata – Vito de Filippo – dalle seggiole di via Verrastro s’è assettato su quelle di Roma, vestendo i panni di sottosegretario alla Sanità.

Perciò, in nome della razionalizzazione dei costi e dei relativi centri, anche nella super-spopolata Basilicata si operano tagli.

Basilicata che ha una rete viaria ridicola, praticamente a livello di trazzere, qualche volta anche asfaltate. Rimane così semplice viaggiare da un punto all’altro della regione che il primo, ovvio, naturale e logico pensiero rimane senz’altro quello di accentrare e mettere su gomma una partoriente. Magari verso l’ospedale di Lagonegro, feudo pittelliano. O verso Potenza, castello magno degli eredi di Colombo. O verso lo Jonio, il Tirreno campano o l’entro terra pugliese.

Comunque stiano i progetti, risulta talmente logico l’ossimoro, che fa ribrezzo solo averlo pensato: no alle nascite, sì al petrolio. A Villa d’Agri. Cittadina  – ricordiamolo ancora una volta – dietro il cui ospedale sorge questo:

alli2.jpg

 
 
 
 
  

La mappa di sopra compare digitando semplicemente “ospedali Basilicata”. Il che, naturalmente, riporta non solo le grandi strutture, bensì anche i presidi e qualche convenzionata.

Dunque il colpo d’occhio dovrebbe far riflettere non poco sulla situazione: il morbillo da ASL non pare essere un’esantema lucano. Almeno sulla carta digitale. Ma, qualora Google Maps fosse perfettamente aggiornato, riguarderebbe piuttosto un paio di regioni vicine.

Perciò, nasce spontaneo e senza alcun taglio cesareo la sempre interessante – benchè lucanamente inconcludente – domanda: cui prodest?

Le spinte, di un bacino tutt’altro che femminile, ma a chiarissima targa di interessi pubblico-privati, sono molteplici. E nell’ordine:

l’ENI, il cui pozzo di petrolio Alli2 segna come in una scacchiera disordinata il possesso del proprio feudo idrocarbonifero;

l’apparato sanitario, le cui scelte strategiche tendono a sponsorizzare più i mastodonti ingestibili che la parcellizzazione e territorializzazione delle strutture sanitarie, con evidenti risparmi di risorse e maggior controllo e presidio (NON VOLUTO) di micro-aree;

l’eternamente presente politica lucana, i cui attori principali – anche se passati a miglior incarico o destituiti da pessime gestioni – continuano imperterriti a ragionare dettando un’agenda fuori controllo logico e/o umano;

un interesse di centri attigui e/o confinanti; si parla di comuni, ma anche di regioni (Puglia e Campania), da sempre al centro del dibattito su quella che in gergo chiamano “emigrazione sanitaria”; a questo punto, totalmente indotta. 

Infine, tra tutte le considerazioni possibili e immaginabili che lascio volentieri alla realtà sempre oltre e ultra ogni più mera e nera fantasia in terra lucana, v’è da dire che questi – come moltissimi altri in passato remoto e prossimo – sono atti rivolti alla desertificazione della Basilicata.

Dunque, il problema del reparto di ostetricia/neonatologia villadagrese viene preso con il forcipe: in ogni vicenda lucana non esiste naturalezza. Tutto dev’essere sempre, puntualmente artificioso, viziato da giri perversi e da azioni ai limiti in_umani di tolleranza.

Quindi, si passa dai pullman diretti dalla Val d’Agri all’Oncologico di Rionero alla chiusura di un reparto che è simbolo in sè di vita. C’è o non c’è un messaggio chiaro e molto semplice in quello che viene deciso in Lucania?

L’idrogeno solforato, sì. L’odore del latte materno, no.

L’incessante martello della trivella, sì. Il vagito, no.

I mezzi coperti da scorie petrolifere, gli operai intabarrati nei loro costumi da cavalieri con l’elmo griffato, gli ingegneri e geologi con i conti alla mano e il calcolo della vita al barile, sì.

Una mamma partoriente con uomo appresso dotato di valigia e ansia, parenti in visibilio, coccarde e relative feste, no.

Insomma, a parte la semplice, facile sebbene tristemente amara retorica,  il fatto nudo, crudo e assurdo è: meglio contabilizzare barili di petrolio che assistere alle nascite di esseri umani.

E tutto questo, senza calcolare il dramma singolo e singolare che ogni addetta/o del reparto presumibilmente non conosce il proprio futuro lavorativo. Persone – non semplici codici INPS – che ora devono fare i conti con la perdita del lavoro o con un re-impiego in altra struttura (fortunati) o con altri sistemi fallimentari dell’integrazione PA. Come sempre, nella maggior parte sono persone che hanno studiato e lavorato per il bene comune – parliamo di vite, non di liquichimica, petrolio, inceneritori, cavi elettrici, barre d’acciaio o automobili FIAT – che adesso si interrogano sul proprio come sul futuro di quelle donne che non potranno più rivolgersi a loro.

Il pozzo di petrolio dell’ENI dietro l’ospedale di Villa d’Agri, sì. Il reparto di ostetricia e neonatologia dello stesso ospedale, no. Sic!

 

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