Colombia: una, due, cento Buenaventura – di José Antonio Gutiérrez D.

Oggi si chiama Buenaventura, Colombia.

Luogo in cui si declinano lo strazio, il terrore, l’abbandono, la fuga dal macello. Il rito e la ritualità dell’affarismo militarizzato, per far posto al presupposto e presunto progresso. Luoghi in cui neanche l’etimo del nome presagisce più fortuna. La propiziazione tribale di neo-conquistadores statal-uniformati da queste parti fa rima con appropriazione, sparizione, desertificazione, cementificazione. Trasfigurazione antropica e ambientale. Scarnificazione! Tracce di un terrore tangibile, altroché! Intanto, scatta l’eco delle notizie a tempo, dell’informazione tele/guidata e focalizzata, talora senza preparazione alcuna, improvvisata perchè c’è “una storia”. Una delle tante, tra l’altro. Per il mondo che trita notizie rimarrà solo uno dei tanti scandali. Forse addirittura effimero. Quanto? Una settimana? Tre giorni? Come centinaia e migliaia di altri, simili per accezione, efferatezza e brutalità, in ogni angolo più o meno tenuto alla penombra dell’impero.

 Dopo tutto è

Un ritratto dei vandali al potere: 

una, due, cento Buenaventura attraverso tutta la Colombia…

 di  José Antonio Gutiérrez D.

Tradotto da  Francesco Giannatiempo

 

“Questi trovavano una serie di corpi sfigurati, sparsi intorno, indizi di un antagonismo sociale cieco e distruttore. Questa scena poteva corrispondere a qualcosa di assolutamente caotico e disordinato in cui si trovavano i cadaveri smembrati, disseminati o impilati tutt’intorno. Ma era altrettanto facile imbattersi in scene dove c’era un ordine intenzionale, una vera messa in scena. (…) Questo metodo cercava innanzitutto di terrorizzare gli abitanti del paese che fuggivano abbandonandolo del tutto.”
(María Victoria Uribe Alarcón, “Antropologia dell’Inumanità”, 2004, p.92)

 
 

L’arrivo a Buenaventura, in un primo momento,  lascia un certo senso di ansia. Dà la sensazione che tutti gli edifici stiano per crollare, ammuffiti e marci. A differenza di altri luoghi colombiani, si respirano sfiducia e paura: la sensazione di abbandono è evidente. Pare incredibile che la maggior parte del commercio internazionale colombiano passi per questo porto, rimarcando il carattere contraddittorio del capitalismo, in cui investimento e privazione sono termini indissociabili. La miseria è un concetto relativo e diventa tanto più odiosa se è circondata  da tanta ricchezza.

 

Quello che accade a Buenaventura, dove quotidianamente saltano fuori corpi umani smembrati che galleggiano tra le mangrovie o sono sparsi per le strade, non è niente di nuovo per la maggior parte delle persone. All’improvviso, tutto il mondo si è messo a parlare di Buenaventura in Colombia. Vengono scritti resoconti giornalistici e trasmessi programmi televisivi colmi d’indignazione sulla situazione scoraggiante che la città vive alle prese del flagello paramilitare (che ora agisce sotto i nomi di Urabeños, Rastrojos, Empresa). Ha suscitato rabbia e risentimento l’orrore delle “Casas de Pique”(case della tortura) , vere e proprie macellerie per esseri umani, che tutto il mondo conosce e può vedere, tranne che la polizia, l’esercito e le autorità. Ma il tratto dato a queste notizie, come sempre, è molto povero, sensazionalista e decontestualizzato. E non differisce per niente dal trattamento che subiscono periodicamente altri scandali umanitari che accadono in Colombia. I mezzi di informazione un giorno si indignano con i falsi positivi, l’altro con gli sfollati, e poi tocca ai femminicidi: scalciano, accusano, si scandalizzano e poi non succede niente. È come se, attraverso la copertura mediocre delle notizie, si esorcizzasse l’orrore e si placassero le coscienze, sorvolando e banalizzando il terrore. Adesso è il turno di Buenaventura.

 

È come se questi slanci spasmodici delle notizie, cercassero di concentrare in un solo punto tutto il terrore che si vive in Colombia, concentrando il conflitto che consuma il paese in un fatto puntuale, isolato, identificabile sulla mappa. Ma la realtà è che gli squartamenti, che portano il segno inconfondibile dei paramilitari e che vengono tollerati da tutti tranne da chi li subisce, avvengono in molti punti del paese, dove coesistono gli interessi economici e la (para)militarizzazione. Quello che appare realmente doloroso è che, per quanto eccezionale possa sembrare, in fin dei conti la situazione di Buenaventura non lo sia più di tanto. Basterebbe dare uno sguardo a Soacha o ad Altos de Cazuca, per non allontanarsi molto dalla capitale. O vedere le fotografie dei massacri di Medellín. I paramilitari si sono impegnati a creare uno, due, cento Buenaventura in tutto il territorio colombiano. E lo hanno fatto a colpi di motosega, machete e ascia, sempre con lo sguardo compiacente della cosiddetta “forza pubblica”.
 

 Si potrebbe pensare che la tragedia di Buenaventura sia recente, ma in realtà è un fatto che viene da lontano: sono quasi 10 anni che non si ha presenza di guerriglieri nei quartieri di Bajamar [lett. “bassa marea “, zona dell’isola di Cascajal guadagnata sul mare dalla popolazione afro-colombiana che vive in case su palafitte; 3500 famiglie sono minacciate di espulsione da un progetto d’espansione del porto e dalla creazione di un molo fronte mare;  NdT ] e il dominio totale dei paramilitari è coinciso con l’inasprimento delle crudeltà. Paramilitari che, secondo i rapporti ufficiali, non esistono. E che invece lì ci sono. Buenaventura smentisce la menzogna ripetuta fino alla nausea che i paramilitari siano una risposta al presunto “orrore” guerrigliero e che, in assenza di guerriglieri, si dissolverebbero per mancanza di ragione d’essere. Non è casuale che, durante un viaggio in autobus, quando ho chiesto quale fosse il momento in cui le cose si erano messe male a Buenvantura, un ragazzo mi abbia confessato nervosamente: “Il casino è iniziato quando hanno espulso i guerriglieri”.
 

 

Anche il repertorio per infondere terrore è storia vecchia: la profanazione del corpo della vittima proviene da epoche della “Violenza” degli anni 40. È da allora che esiste un nutrito lessico per designare le modalità dell’orrore: bocachiquiar [procedura che prevede centinaia di piccoli buchi sul corpo e che porta alla morte per lento sanguinamento; NdT], picar pa’ tamal [tagliare il corpo della vittima in piccoli pezzi, pezzo dopo pezzo; NdT], matar la semilla  (uccidere i semi), corte de corbata (taglio di cravatta), de franela (di flanella), de mica (di mica), de florero (del vaso di fiori), etc. Simbolicamente slogavano i corpi delle vittime per distorcere la comunità. Non si tratta solo di uccidere, ma di ri-uccidere, di lasciare certamente morti, temendo la superstizione della vergogna del morto, come evidenzia Uribe Alarcón nell’ “Antropologia dell’Inumanità”. Secondo questa, si degrada la vittima per creare la distanza spirituale che permetta lo strappo fisico e creare uno spazio rituale ad hoc per il sacrificio. Ma, sebbene nella Casa de Pique venga riprodotto il modello della macelleria,  si va ben oltre, visto che l’animale non viene torturato fino alla morte, né si usano asce o motoseghe, e nemmeno lo si lega vivo a un tavolo di legno mentre viene tagliato a pezzi in mezzo a urla di agonia.
 

Qui i paramilitari non fanno scomparire la gente completamente, solo parzialmente. Può capitare di non ritrovare il torso o la testa, però si può trovare sempre qualcosa, fossero anche solo le dita. Viene trasmesso l’orrendo messaggio attraverso la prova fisica della tortura nel momento in cui viene impedito il processo rituale vendicatore descritto da Alfredo Molano: “Si prepara il corpo mettendogli uno degli indumenti con cui è stato assassinato; gli si legano gli alluci con un laccio delle scarpe nere appena comperate e gli si mette in bocca un  pezzetto di carta con i nomi degli assassini. Dopo pochi giorni gli assassini vengono uccisi o muoiono di spavento”[1]. I mezzi di informazione che riportano i fatti in maniera sensazionalista, morbosa e decontestualizzata, divulgano e amplificano il terrore, trasmettendo così la paura paralizzante in modo totalmente funzionale agli obiettivi dei paramilitari.

Immagine dell’interno di una Casa de Pique diffusa sulle reti sociali lo scorso marzo

Che cosa provocano gli squartamenti a Buenaventura? Esattamente lo stesso effetto che provocavano gli squartamenti nel primo ciclo della Violenza: fuga delle persone e abbandono totale del luogo. Durante una visita al porto nell’ambito della 10ma delegazione asturiana-irlandese per i diritti umani, gli attivisti del Processo delle Comunità Nere (PCN) ci dicevano che l’obiettivo di tutto questo era l’espulsione della popolazione locale per l’apertura al grande progetto di ristrutturazione accarezzato dalle autorità locali e nazionali. Per fare posto all’aeroporto e ai mega-porti moderni che fossero all’altezza delle esigenze degli accordi di libero commercio e dell’Alleanza del Pacifico, si renderà necessario l’evacuazione dal territorio di un buon numero di Neri poveri. Risulta più facile trasferire che ricollocare le persone o raggiungere un accordo soddisfacente per loro, ancor di più quando il “progresso” non viene pensato a loro beneficio.
 


 

Questa violenza non è né caotica né gratuita, bensì risponde a un modello troppo familiare del terrore generalizzato per rimpiazzare le persone e impadronirsi del territorio in nome del progresso. È  una violenza troppo ritualizzata: “La tecnica del terrore pretende che le persone  se ne rendano conto senza però poter contare; che si veda la cattura della vittima nel quartiere, il modo di trascinarla e che si ascoltino le grida di soccorso, le urla di perdono e clemenza e, infine, gli ululati di dolore. Dopo, silenzio: un vuoto terribile. Le grida continuano a risuonare nella testa delle persone. Tutti hanno paura di poter essere la prossima vittima in una lista che nessuno prepara. I vicini sentono, il quartiere sente, la zona sa, la città si rende conto. Le autorità non ascoltano, non vedono, non sanno ” [2]. Malgrado tutto, c’è ancora resistenza. I residenti di Puente Nayero, a La Playita, hanno decretato il loro quartiere come uno “Spazio di Vita e di Umanità”, sfidando apertamente i paramilitari [3]. Dal febbraio scorso si assiste a massicce proteste popolari contro i paramilitari, a cui si sono aggiunti pure i commercianti – disprezzati dai molti che ricordano come siano stati proprio loro i finanziatori dell’arrivo dei paramilitari nel 2000, solo che ora “sono stufi di farsi tassare”. Le autorità locali, i militari, i commercianti, tutti hanno alimentato questo mostro macellatore. La matita con cui il popolo scrive la propria storia non ha alcuna gomma per cancellare. E in questo modo si costruiscono barriere di contenimento alla macchina della morte.

Investigatori giudiziari ritirano un corpo dalla scena del crimine nella Ciudadela Comfamar, a Buenaventura. Novembre 2013. (Stephen Ferry/HRW.org.es)

Ora che le persone vincono la paura, il governo reagisce militarizzando il porto. Militarizzazione che, come è naturale, non viene pensata a beneficio dei poveri di sempre, bensì a favore dell’accelerazione del progetto di una Buenaventura industrial-portuale. Buenaventura sembra il luogo più desolante del pianeta e, tuttavia,  proprio qui, il popolo colombiano dà mostra delle proprie riserve morali per costruire un futuro migliore: si creeranno una, due, cento punti di resistenza da cui poter riprendere Buenaventura e sottrarla ai mercanti di morte. Non passeranno, né i loro paramilitari, né i loro mega-porti e tantomeno il loro modello antisociale di sviluppo.

Note

[1] http://www.elespectador.com/noticias/nacional/leones-y-bufalos-articulo-481022

[2] http://www.elespectador.com/opinion/remilitarizacion-buenaventura-columna-482425

[3] http://justiciaypazcolombia.com/Por-nuestro-presente-y-futuro-de

 


Per concessione di Tlaxcala
Fonte: http://tinyurl.com/ko8q44c
Data dell’articolo originale: 01/05/2014
URL dell’articolo: http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=12281

 

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