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GLI ESPROPRIATI DAL CONSERVAZIONISMO NEL SUD

Il caso del Popolo Williche di Chiloé

Tradotto per Tlaxcala da Alba Canelli  

 

Nel sud dell’ “isola grande” si trova il “Parco Tantauco”. Questo parco costituisce un progetto privato di conservazione che ha una superficie di 118.000 ettari (Parco Tantauco, 2013) di boschi millenari che corrispondono al 15% della superficie dell’isola. Ne è proprietario il presidente della repubblica cilena – Sebastián Piñera – per il cui acquisto ha pagato più di 6 milioni di dollari all’uomo d’affari americano Jeremiah Henderson. 


Questa proprietà ha una storia particolare, fatta di espropri legali e illegali che specificheremo di seguito. Originariamente protetto dal Trattato di Tantauco, nel 1923 gran parte di questo territorio figurava a nome della Sociedad Explotadora de Chiloé. Decenni più tardi, nel 1968, è stata acquisita dal conte francese Timoleón de la Taille, che cercò di sfruttarne il legname sebbene senza successo. Nel 1997, Henderson ha acquisito le terre per lo stesso scopo. Neanche lui ha avuto fortuna: il terreno inaccessibile fece aumentare i costi e optò per un progetto di vendita dei terreni destinati al mercato del turismo. Con la consulenza di Douglas Tompkins, magnate americano proprietario del Parco Pumalin, accetta finalmente l’offerta di acquisto fatta da Sebastián Piñera per creare una riserva di conservazionismo (Cayuqueo, 2013).

Tuttavia, il lato oscuro di questa riserva naturale è la sua sovrapposizione ai territori ancestrali del popolo Williche di Chiloé. Fatto che ha significato la spoliazione delle ricchezze naturali di questa popolo in favore del turismo internazionale di lusso e della conservazione. Bisogna dire che il termine “Tantauco” è una parola di origine Williche che significa “luogo dove le acque si uniscono” nome familiare agli abitanti dell’arcipelago, perché ricorda il “Trattato di Tantauco” che fu un “accordo di pace” concordato tra i rappresentanti della corona spagnola e le autorità dello Stato cileno, in cui Chiloé fu annessa alla nuova Repubblica del Cile nel 1826, e che inoltre  riconosceva i diritti perpetui dei Williche sui propri territori ancestrali.

Durante gli anni 1823 e 1826, per ordine del Regio Decreto del Tesoro Nazionale datato 9 settembre 1823, il Governatore della Provincia dispose “il riconoscimento e la giustificazione dei pascoli demaniali che posseduti dai nativi della Costa de Payos, previa misurazione, tassazione e pagamento alla Cassa Reale di San Carlos de Ancud “(Torrealba, 1917). Questi territori furono consegnati dalla corona spagnola al popolo Williche di Chiloé attraverso i “Titoli Demaniali” di carattere comunitario corrispondenti ai poderi di Weketrumao, Compu, Coldita, Coinco, Guaipulli, Incopulli, Inio e Quilanlar. I titoli vennero consegnati ai leader tradizionali del popolo alle loro rispettive fazioni.

 

“Secondo quanto si legge, il processo di consegna delle terre dagli spagnoli ai Williches, è più in linea con la visione del mondo e la tradizione indigena Williche, per il carattere comunitario della consegna, per il riconoscimento che nei titoli si fa delle autorità tradizionali, così come per lo spazio territoriale consegnato” (Commissione di Verità Storica e Nuovo Trattato con i popoli indigeni, 2003:1700). Tutti questi territori sono stati riconosciuti dallo Stato del Cile attraverso il “Trattato Tantauco”, che negli articoli 6 e 7 indica:

6°.- I bagaglile  proprietà e altri beni, sia mobili che immobili, di tutti gli individui appartenenti all’esercito reale saranno inviolabilmente rispettati.

7°. Lo saranno anche i beni e le proprietà di tutti gli abitanti che si trovano attualmente in questa provincia.

Quest’ultimo articolo finisce per proteggere i beni privati e quelli comuni di tutti gli abitanti di Chiloé, che siano essi spagnoli, chilotes e indigeni presenti nella provinciaDunque, si conclude che lo Stato cileno si è impegnato a rispettare i beni comuni dei Williche concessi dalla Corona spagnola (Urrutia, 1992).

Tuttavia, fino ad ora, al popolo Williche non sono mai stati riconosciuti i diritti sui loro territori e lo Stato cileno lo ha trattato come occupante di terre private. “La legge indigena 19.253 emanata nel 1993, non considera come terre indigene quelle che furono riconosciute come tali con titoli concessi durante il periodo coloniale; quindi, lo status (o lo stato) di negazione ufficiale viene mantenuto per tutta la storia repubblicana” (Muñoz Millalonco, 2003).

Ciononostante, il rapporto dei Williche con il proprio territorio è vitale per la loro esistenza come popolo e, pertanto, viene riaffermato fino ad oggi. Sono riusciti a mantenere l’occupazione indigena dei propri territori attraverso diversi registri di resistenza, riaffermando la coscienza collettiva Williche in questo spazio territoriale ancestrale come sostegno materiale, culturale e politico dell’esistenza stessa di popolo. Si continua  a conservare la rivendicazione dei titoli demaniali e si chiede la ratifica del Trattato di Tantauco come legge in pieno vigore in Cile.

Come segnalato precedentemente, gran parte di questo territorio è attualmente nelle mani del presidente Sebastián Piñera intorno a cui si verifica il più significativo dei conflitti territoriali di Chiloé. Il recupero di questo territorio guida la lotta rivendicativa del popolo Williche e delle sue comunità.

CONSERVAZIONISMO, COLONIALITA’ DEL POTERE E POPOLI INDIGENI 

Secondo le proposte realizzate, si può notare come gran parte della logica conservazionista opera partendo da una matrice coloniale o neocoloniale, che approfondiremo di seguito. Allo stesso modo, possiamo collocarla nel “modelllo economico proposto per l’America Latina nel contesto della nuova divisione internazionale del lavoro che ha portato la globalizzazione neoliberista che implicava – e ancora implica una ri-primarizzazione della struttura produttiva regionale” (Seoane & Taddei , 2010), allo scopo di garantire l’espropriazione dei beni comuni naturali ai popoli e alle comunità che li posseggono per la loro successiva mercificazione.

Secondo quest’ordine di idee, non avrebbe senso analizzare il “conservazionismo” come un fenomeno senza riferimento ad alcuna struttura di potere. Bisogna affrontarlo come parte integrante di un “modello di potere” specifico. In questo senso, secondo Aníbal Quijano questo modello di potere ha origine nell’esperienza coloniale e, da allora, ha continuato a riprodursi e svilupparsi pur mantenendo gli stessi principi di origine e di carattere coloniale. In altre parole, si tratta di un modello di potere che non lascia, non può lasciare la propria colonialità (Quijano, 2006).

La “colonialità del modello di potere attuale” implica, secondo Quijano, quattro questioni cruciali. Vale a dire, (1) la “razzializzazione” dei rapporti tra colonizzatori e colonizzati. L’esperienza coloniale crea il moderno costrutto mentale di “razza” per naturalizzare i rapporti di dominazione. (2) La configurazione di un sistema di sfruttamento che articola in una singola struttura congiunta tutte le forme storiche di controllo del lavoro per la produzione di merci per il mercato mondiale, intorno all’egemonia del capitale, (3) l'”eurocentrismo” come modo di produzione e controllo della soggettività e della conoscenza, (4) l’istituzione di un sistema di controllo dell’autorità collettiva intorno all’egemonia dello Stato-Nazione. Il controllo di questo è esclusivo delle popolazioni razzialmente classificate come “superiori” (Quijano, 2006).

Sulla base di queste considerazioni, Quijano indica che “le questioni riferite al dibattito sugli indigeni non possono essere indagate né discusse, se non in relazione alla colonialità del potere o che abbiamo dentro, e solo da questa prospettiva, poiché al di fuori di quella non avrebbe senso “(Quijano, 2006).

In effetti, lo spostamento di popoli indigeni – come i Williche – ad opera del conservazionismo è una questione direttamente correlata alla colonialità del modello di potere vigente. Di conseguenza, non è difficile capire che, per i referenti del Conservazionismo cileno, i popoli indigeni sono innanzitutto “razze inferiori”. Pertanto, potrebbero essere solo un ostacolo nella formazione di simili emozioni contemplative, come il parco Tantauco.

Come indica René Kuppe, “se proseguiamo nell’analisi l’origine dell’idea dei parchi nazionali, possiamo vederla andare chiaramente di pari passo con la pratica e l’ideologia colonialista. L’idea che i miracoli della natura siano stati creati per il godimento spirituale degli invasori ha (molte volte) come conseguenza la diretta espulsione dei popoli “(Kuppe, 1999).

In questo modo, si sono costituiti grandi territori destinati alla conservazione, con il fine di proteggerli dalla devastazione ambientale, dal popolamento umano espansivo, ecc. Malgrado ciò, molti di questi territori non sono spazi disabitati: tranne che, come l’esempio sopra descritto, tutelano società umane, che non costituivano una minaccia per la stabilità dei fenomeni naturali. “Furono piuttosto le relazioni di queste società umane con il loro ambiente ad aver mantenuto le particolarità di questi spazi vitali e che hanno contribuito anche allo sviluppo di composizioni eco-biologiche ivi esistenti” (Kuppe, 1999).

Inoltre, la sopravvivenza e la stabilità di queste società, per lo più popoli indigeni, si basano proprio su un’economia che stimola un continuo rinnovo dei beni comuni naturali presenti nei loro territori. La protezione di tali beni e della biodiversità che rappresentano ha costituito esattamente il nucleo delle loro (visioni) concezioni del mondo e dei significati. La struttura politico-sociale della maggior parte dei popoli indigeni, le loro conoscenze e le pratiche, così come i loro valori culturali, sono stati generalmente associati alla ricerca di un delicato equilibrio e trattamento rispettoso della natura.

Per quel che riguarda il popolo Williche di Chiloé, la sua organizzazione sociale è comunitaria, l’economia si basa sulla raccolta, su attività silvicole in armonia con la natura, e su un’agricoltura ricercata. E’ ammirevole la varietà di colture che sono in grado di produrre, tra cui il mais e la patata, di cui sono stati i primi coltivatori della sottospecie del sud del Cile. Utilizzano un sistema di rotazione delle attività agricole temporaneo e locale per non sovrasfruttare il territorio. In breve, le loro strutture politico-sociali, così come i loro modelli di sussistenza, sono condizionati dal loro rapporto equilibrato con i beni comuni della natura.

Il paradosso è che proprio per questo rapporto di equilibrio che il “conservazionismo” classifica queste terre come “vergini” o “terre sterili”, ciò che ha permesso fino ad oggi di giustificare la spoliazione dei territori dei popoli indigeni, che, sotto il modello coloniale del potere vigente, non è nemmeno visto come una negazione dei diritti di qualcuno, giacché lo stesso “Stato di Diritto” è costituito da un universo di istituzioni politiche amministrative concepite sotto lo stesso modello di potere. 

In effetti, osserviamo che la concezione coloniale di “natura senza i suoi abitanti” ha come risultato la sua appropriazione e l’espulsione – appunto – degli abitanti. Come già spiegato, questo fatto non solo ha luogo dove i colonizzatori o i neo-colonizzatori pretendono di sfruttare le “risorse” di questi territori, ma anche dove gli stessi esigono la preservazione della natura concepita da loro come “vergine e autentica”.

In breve, possiamo dire che il conservazionismo opera sotto una logica diretta del modello coloniale del potere vigente, in cui il trattamento delle popolazioni indigene non è altro che il trattamento delle “razze inferiori”, pertanto allontanabili e depredabili. Questo può essere empiricamente corroborato attraverso le pratiche conservazioniste in Cile, checostituiscono l’attuazione del Parco Tantauco come un chiaro esempio di espropriazione dei territori ancestrali del popolo Williche di Chiloe.
 

In questo senso, si è visto come la logica di accumulazione per esproprio implicita nel conservazionismo finisce per essere evidente non solo nella redditività economica dei loro luoghi, trasgredendo i loro “nobili” propositi, ma anche perché, paradossalmente, la stragrande maggioranza dei progetti di conservazione sovvertono proprio quei rapporti umani con i beni comuni della natura che finora sono stati ottimali al loro mantenimento. Questo fatto è fondamentale, dal momento che i loro meccanismi di espropriazione e spostamento sarebbero legati, non solo alla separazione violenta di popoli indigeni -come il Williche – dai loro mezzi di sussistenza e produzione, ma anche, alla loro conseguente e forzata conversione in salariati, che li mette in sintonia e al servizio della fase neoliberista di accumulazione capitalistica. Infatti, i loro propositi di “natura purificata” sono in gran parte la costituzione assicurata di nuovi eserciti di disoccupati.

 Riferimenti

Parque Tantauco. (27 de Junio de 2013). Parque Tantauco. Obtenido de Parque Tantauco:http://www.parquetantauco.cl/nuevo/mapas/mapa_mastil.jpg
Cayuqueo, P. (05 de Marzo de 2013). Chiloé, la isla de los Mapuches del Sur. Azkintuwe, págs. 17-34.
Torrealba, J. (1917). Tierras fiscales e indígenas. Su legislación y jurisprudencia. Santiago: Imprenta Universitaria.
Comisión de Verdad Histórica y Nuevo Trato con los pueblos indígenas. (2003). Informe de la Comisión Verdad Histórica y Nuevo Trato con los Pueblos Indígenas. Santiago: Comisionado Presidencial para Asuntos Indígenas.
Urrutia, f. (1992). La continuidad de la Propiedad raíz en una comunidad huilliche de Chiloé: el fundo coihuin. Santiago: Universidad de Chile.
Seoane, J., & Taddei, E. (2010). Recolonización, bienes comunes de la naturaleza y alternativas desde los pueblos. Río de Janeiro: IBASE.
Muñoz Millalonco, M. (2003). Identidad Williche y no Williche en Chiloé (o Expresiones de la Ideología Williche en Chiloé. Castro: Universidad Arcis Patagonia .
Quijano, A. (2006). El Movimiento indígena y las cuestiones pendientes en América Latina. Argumentos, 19(50), 51-77.
Kuppe, R. (1999). Derechos indígenas y protección del ambiente ¿ dos estrategias en contradicción? Law and Anthropology, 100(10).
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