Lucania Elettorale: PentaGramma o PantoGrafo Nazionale?!

In periodo elettorale, la Lucania organizza le proprie difese immunitarie strimpellando l’organetto di qualche partito, associazione o movimento a sfondo politico. Si scrivono marce per vendere la merce. Le arci-note pronte da suonare. E, durante l’ennesima crisi di Roma, sarà il Penta Gramma lucano un PantoGrafo Nazionale?!

Lucania elettorale. Che dire? Meglio tacere, chè dinnanzi a tanta finzione, Borges impallidirebbe! In_aleph/betismo d’antan! Basilicata, si scrive regione, ma si legge (ir)ragione…

Lucania elettorale2. Riedizione de “I sindaci in fermento che manco il mosto”. Attenzione all’effetto aceto. E al profumo selvatico. Può essere che qualcuno tradisca! “I politici all’assalto della Due Diligen(Z)ce”che manco le primarie. Attenzione alle secondarie, terziarie e tutte le industrie (para_sc<U>olastiche) del nepotismo moralistico e moraleggiante.

“Alla ricerca del paladino perduto”: docu-film di un viaggio dogmatico-secolare all’interno dei confini di una realtà fuori dai confini. Regione di carta (carbone) oleosa dai tropi d’alluminio/amianto, dal vago sapore chimico-radioattivo, spertusata che sembra un termitaio e che continua a produrre autoveicoli in conto perdita, mentre l’industria automobilistica va a picco. Si cercano programmi. Il telecomando (regionale) s’è rotto. Lo schermo, piatto. Il plasma, finito. I cristalli agroalimentari sull’orlo di una crisi identitaria, tra bio e logico. Rimane il digitale: chiamare d’urgenza soccorso umanitario. A novembre, in Onda la para-ficciònn “tierra de lobos”…

Lucania Elettorale3. Le mie posizioni di gran lunga più oltranziste di questa. Ma la domanda è: funzionerebbe uno dei messaggi principali di questo pezzo? In fin dei conti sempre di elezioni novembrine si tratta….

Lucania elettorale4. Unti dall’olio sacro, politicanti si riuniscono: si sa acqua [santa?] e olio non si mischiano. Ma in Basilicata il mirac(u)olo avviene sempre. Mi(ni)stero del para_dogma.

Lucania elettorale5. Per un fattore fisico, le meteore cadono dall’alto. Per un fattore fisicamente impegnato a concimare, il meteorismo pure cade dall’alto. Per un fattore sociale, in Lucania si può parlare del fenomeno del meteorismo politico.

Stelle e Stalle sulla stessa bandiera che campa nell’agroAmarolucano. Galli cantano, la cresta in tasca. Cani abbaiano, morsi alla coda. Galline razzolano grani di un rosario li(u)turgi(d)co. Faine fottono i pollai ma illudono i polli, travestendosi da lupi in via d’estinzione. Uova si rompono, strapazzano a terra e rimpinguano le casse della frittata regionale. Stallieri mungono mammelle ipertrofiche, afte contagiose sulla bocca di tutti. Pastori praticano e predicano pascoli lussureggianti, circondati da esa_elezioni, (s)versamenti pubblici e (ap)profittamenti privati. Vignauioli vintage in-tralciano. I grappoli in gruppo avvizzi(o/e)scono, il vi(ci)no politicamente contraffatto, l’imbottigliamento sociale assicurato. Ortolani convinti si zappano sui piedi. Agro(g)nomi nell’elenco degli esperti. Eco_logici a valutare l’impatto ambientale. Mietitori trebbiano consensi messali. Contadi(t)ni contano i voti. Irrigatori centellinano risorse, poche ma grosse come lagrime di alligatori.

Pozzi senza fondo sullo sfondo. Case coloniche colonizzate. Steccati creati con stecche sottobanco di falegnami impegnati a segare rami culturali e troncare alberi radicali. Seminatori insani di s(c)emenze geneticamente modificate. Mandriani che si credono cow-boys, con tanto di frizzi e lazzi. Indiani sciamani che si fingono cinesi mandarini. In effetti soldati manciuriani. Gringos malavitosi che sceriffano  le strade. Ramaioli con appartamenti ai pa(r)ioli. Maniscal.tri che ferrano zoccolature e battono insieme l’incudine col martello imperiale. Cernitori di cereali che raffinano prodotti industriali.

Porcil_aie presentate a lustro e per ogni lustro ripetutamente bilanciate nei modi e nei trogoli. Raccoglitori di frutta/sfruttati, piantatori di gran(e)o supportati. Mozzarellare che buttano tutto in caci_ara. Comare che spendono il tempo (e il denaro) in scon_trin(i)e e ricami sociali. Agri_turismi finanziati da agenzie politiche, eletti a ragione ma poi deputati in regione. Impastatrici di menù strascinati sul banco, lessi quel che basta e poi ingollati con lo sputo a giustificare l’abbuffata  del pranzo. Preparatori di salum(t)i, insaccano parole trite e le grigliano a comando sulla brace rinfocolata dal ma(s)ntice di chi siede davanti al cam(m)ino elettorale.  Caldarrostai che non si fermano mai,  e dopo aver goduto chiedono aiuto al primo venuto perché le castagne dal fuoco le toglie lui: non costa mica poco. 

Allevatori costieri di specie ittiche prese nella rete del sistema di pasturazione intensiva. Ami piombati per pesca di frodo e lenze d’acciaio a tirare in barca l’elettorale brodo. Barchini sforacchiati presentati come panfili che sfilano la grana e ingranano il porto mai sorto. Litorali elettorali. Arenili arenati. Spiagge da ri(n)pascimento in cui al posto dei granelli si adopera l’armento. Incasellati nelle cassette. Volantini come i pesci. Nomi e voti battuti all’asta e sbattuti dall’incantatore di serpenti. Casematte costiere per gente che protesta: in fine dei conti è caduta una cesta di granchi sulla loro testa.

Spazzacamini che rimangono inceneriti dagli inceneritori. Tegolai che lanciano marsigliesi  cantando inni e dimentichi di non poter rivoluzionare il tetto di spesa, perciò grondano diluvi ragionieristici al soldo dei voti lobbistici. Petrolieri che violano proprietà col colore del s’indaco, scan(d)agliano i campi, con i politicanti che li inseguono mendicando oboli nella terra che ha visto cristo fermarsi a eboli: mai che gli vengano i crampi!  

Veterinari in vetrina messi alla berlina dalla mancanza di fondi. Tagliatori d’e(r) ba_no intarsiano fumose speculazioni nel proprio campo. Covoni scovano nuovi elettori. Oche selvagge passano il tempo in attesa del cambio della guardia. Gatti che giocano con i t(r)opi, colpiscono, graffiano, attentano alla libertà per poi fondersi in acciaierie senza filtri a ridosso della potente Put_tana. Serpi velenose si acquattano tra i maestosi sassi e at_tend(a)ono il momento più caldo per uscire allo scoperto bancario, presentando tratta cambiata e ri-trattando tutto l’onorario.

Uccelletti canticchiano al mattino, sapendo che passer(a)à il cacciatore e darà loro il pallottoliere, impallinandone la libertà di cinguettare dove gli pare. Falco pellegrino tra_vestito da colombo si aggira nei cieli e piomba sulla preda, che ignorante ascolta ignara: scambierà av_ vita il lavoro e la dignità per un voto al politicante. Cavalli domi e curvi da anni di sellature per le diverse senature. Cavalli imbizzarriti ridotti alla regione da una zolletta  di consulenza, grassa consolazione.

Asini volanti dipinti sui muraglioni sono arte di_stratta/da un nuovo creati(n)vo: il (ghost) writer che usa lo spray urticante per redigere comizi allucinanti. Memento mori scambiati coi memorandum: non c’è pericolo di scandalo nella terra da zero referendum. Assottigliato il censo e censiti i migranti, la politica lucana promette ritorni sfavillanti. Luci e ombre incombono sul podere, frangizollato a dovere/diritto elettorale rovesciato nello scambio di favore.

Ripone gli attrezzi arrugginiti il politicante e fa shopping alla ferramenta della retorica, ub(asil/o)icata ove minor cessat, praticamente nella retrovia delle botteghe oscure, a destra e a sinistra  di nuovi movimenti tellurici di un voto da esercitare esecrandolo coi barbiturici. Medicina antica si usa nella politica lucana: intruglio di liste per po(si)zioni alch[e]imiche, alla fine lo stregone vincerà l’elezione. Pentolaccia a ribollire programmi/nomi/affari/cariche rimestando il brodo primordiale, quello della creazione della prima cellula socio_faga, tutto merito di una maga popolare vestita di bianco e incrociata di rosso con il cuore nero come il carbone che arde nelle centrali del mercure. Il parrocco passa per la bene>dizione, parlando in dialetto e incensando il contado dei voti, seminando preghiere, lavando mani, sciacquando coscienze, mimando gesti di morte, crocinfliggendo il futuro, inchiodando il presente, spinando la testa dell’elettore domenicale, spezzando una lancia in favore del santo di turno tacendo il cost(at)o di quest’operazione messianica. Basentana, Sinnica, Ofantina e Bradanica viadotti e viatici dalla lunghezza lucanica. Salvacondotti interpo(n)derali, servitù affermate e svendute per far passare tubi che portano olio santificato durante la messa_in_piedi della statuina di turno, processionata non fa niente, purchè raccolga le offerte della gente.

Corteo partito, iscritto alla re(li)gione, contrassegnato di pace e imboccato di ostensione, v(a)inificato alla mensa del signor(otto) e benedetto sia il tuo frutto, purchè ne abbia egli l’usu(s)frutto, dappertutto, innanzitutto a ragione della regione. Causa  di forza maggior(ata), come la consulenza inutile per dichiarare che la dispensa è vuota, vacante come la sede, assente come i dati, le date e i registri. Della morte le more. Riunioni a festeggiare il vino nuovo, quello santo nel mese dei morti, macabro abracadabra del mag(r)o bilancio sbilanciato dalla realtà delle royalties, compensazione elettorale, scompenso mani(a)cale. Raccoglie le foglie morte il ragazzo, appura che l’aia è vuota, la festa finita, il santo passato, la fregatura futura, l’elezione presente. Le campane, sentite. Gli squilli di trombati pure. I festoni per terra. Il trenino…no, quello no: anche quest’anno non c’è! I cappellini a punta d’icona si sprecano, l’ubriacatura per il vino nuovo rende tutti b(i)rilli, e il politicante – stecca elettorale in mano  – pronto a lanciare la boccia prima che lo boccino di nuovo.

Si beve, si mangia e si canta nel contado lucano. Il contagio mondano. Il conteggio umano. Il candeggio a mano – potentino, melfitano, lagonegrese, materano: programma romano. Si lavano i panni e pure le schede, si stendono ad asciugare, fresche di stampa, appena sf(u)ornate. Nella camera oscura si valutano positivi e negativi. Chi stampare e chi cancellare dalla lista delle foto ricordo di un’abbuffata elettorale. Inquadrature dei cerchi. Aloni rossi negli occhi, flashati dal mic®o_logi©a politicante. Sorrisi&canzoni. Foto-famiglia (ac)cattoecumenica e sullo sfondo una vacca podolica avvelenata  dalla malerba cresciuta col concime chimico.

Si scorge uno strano animale: l’u’_ranio, tentacolare tentatore veicolatore  di ragnatele invisibili, attende la mosca al naso e lancia l’esca della canna tesa sul fiume Agri_mensore indaffarato a far danni di estimi catastali dell’(in)genio (in)civile di cementare tutto: il diritto e il rovescio del dovere. Si squadrano porzioni di territ_ori/neri o verdi senza piombo, il livello viene preso a occhio: non c’è bolla che tenga, la spartizione è una semplice questione di sparizione di ettari demografici, per assottigliare il ris(c)atto all’ufficio dove si accatastano domande e risposte, giacciono piene di polvere insidiosa come l’amianto: asbè_sto facendo i conti dei morti, che non tornano mai! Metrature di [ultra]terreni svenduti pure all’Eni. Tutto nel calderone magico della un,pòlenta tornata elettorale, incluso anelli rubicondi da baciare, comparse e cumpari compassati da far circolare, grembiuli per parannanzare retroscenità della pubblica morale. 

Le nubi all’orizzonte si schiariscono. Come le voci di tutta l’aia in trepidante attesa che al frantoio lucano si spremano per bene le olive e ne esca fuori un olio extra_vergine di pozzo da rivendere  a prezzo pazzo al discount del consorzio regional-petrolifero.

La casa da verniciare  al vernissage popolare. Intonacature bianche e nere per rimescolare il grigiore secolare. Mattoncini rossi sbiaditi da sostituire per rifare la faccia_vista. Comignolo da raddrizzare per avere la fumata bianca. Interni da rassettare e ristrutturare in vista di esigenze primarie. I sanitari collocati al posto giusto. Gli impianti rimessi a nuovo con tanto di svellimento del pavimento e rifacimento del rivestimento di facciata. Docce fredde che si alternano a rilassanti bagni_di_cauda_foll(i)a. Cucinini che diventano mense aziendali, dotate di tanto gas da far saltare in aria l’impianto democratico. Un salone di rappresentanza pronto per ricevere in corpo e r/deputazione diplomatica il ras della giornata feriale: a pranzo si serve paranza  elettorale. Divani in pelle cassintegrata  nel telaio industriale. Cineserie a ogni angolo imprenditoriale. Qualche m/nano di gesso misto a coca_cola dalle pareti a rettangolo. Pezzi d’antiquariato rispolverati a far bella mostruosità sul mobilio tirato a lucido, oliato a dovere, prima del piacere di esporre vecchia argenteria  che rintocca l’oro  colato della cialtroneria. Luminarie sfavillanti che piantano discorsi infrarossi dal falso scintillio che pende dall’alto, stroboscopico studio demografico sul corpo elettorale. Candelieri in serie teoriche dell’avo_gadro ripuliti dall’avvocato. Tappeti ricevuti in dono da qualche tappezziere mediorientale, emi(g)rato lucano esau(r)dito e pagato sull’unghia smaltata total_mente in stile french. Poltrone in pelle, a dondolo e con il poggialeccapiedi incorporated. Tavolini dai piedi lunghi e con le memorie sparse, confuse al centro. Porte laccate a nuovo con maniglie dorate senza ditate. Serrature  senza chiavi_stel(l)i, almeno finchè non si insediano i nuovi guarda sigilli. Tavola im_bandita con ogni bene che il contado può offrire. Stanze da letto pronte a far riposare l’eletto. Letti in ferro, testate listate di puro ornamento, coltri di società coperte, nasi di rasi raffinati, sete bavose, guanciali gonfi e rosei, armadi capienti a guisa di un guard(i)a-r(u)oba, scarpiere che camminano, omini che s’appendono e sedie che s’assettano. Secretaire pieni di tire(d/tt)ini.

La casa lucana è pronta per accogliere il più nuovo che avanza: del resto del maiale si divide tutto pur di moltiplicare l’offerta elettorale da ingrassare all’interno di un edificio vecchio e malandato, rinfrescato solo per l’occasione: al contado non si dannano ragione di quanto succederà, pensando che tutto cambierà. Forse solo perché in una delle piazze hanno piazzato un gran vaffanculo, non  vuol dire che il politicante non agisca da par suo: come cu_culo!, compare e svanisce in una ritmica danzante a rifare il verso ogni volta che il voto è perso. Gazza ladra di schede, voti, consenso nel censo, dirigenze di diligenze, carrozzoni di ricconi, di lavori a maglia cuciti addosso, di vite svanite  nel paradosso, ruberie piccole per non dare nell’occhio, mordi e fuggi per confondere il solito papocchio. Il bue non è il toro. L’aratro non è un giogo. Il lavoro non è un gioco. I rifiuti sono un affare  da rifiutare. La salute non si affida a sua san(t)ità per convenzione. L’acqua non è un bene del comune. La terra non è una macchia mediterranea da smacchiare  con l’olio. La formula socio-culturale non si risolve nel solvente dell’industria chimica. La società civile non è come bere un bicchiere di rosolio. La politica lucana una logora litania, esantematica come la rosolia. Rifiutare il voto in blocco, forse, una dovuta eutanasia!

Un sistema – quello lucano – fondato sulla false flag di un’accolita di raccoglitori stagionali di voti: riempito il cesto-urna, s_canditi i frutti della mattanza, si semina solo morte, emigrazione e noncuranza.

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2 risposte a Lucania Elettorale: PentaGramma o PantoGrafo Nazionale?!

  1. mcc43 ha detto:

    Un tempo si fermava ad Eboli, si diceva, ma ora credo abbia del tutto abbandonato “Litaglia” al suo maleodorante destino. Very sad.
    Il lato positivo è stato gustare lo stile di questo post…..

    • unlucano ha detto:

      MCCara, la tua tristezza è anche la mia. Nello stile – che non è nè dolce nè novo mi ci ritrovo – a descrivere l’estrema pusillanimità di quest’accozzaglia di persone che, a ogni livello, non ha un minimo di dignità umana. Come potranno mai darla agli altri?…Il mio abbraccio per avermi voluto omaggiare ancora una volta della tua preziosa attenzione:)!

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