Le Multinazionali della Redenzione – No alla Pastorale Ambientale Lucana

Redenzione e Multinazionale declinano, non conuigano. Lo scrive e lo sente chi è impegnato nella lotta, mentre vede la propria terra appassire, stuprata e violentata in maniera invereconda, ancorchè illogica e surreale. L’Ambiente, la Terra vissuta da dentro, nella nuda verità che squarcia il petto, mentre volgi lo sguardo oltre le montagne, oltre il mare. Dove i profili più comuni sono tubazioni e tralicci d’acciaio, pendoli foucaultiani incessanti, dal moto dis-armonico, dal piglio martellante. Lucania vissuta da uno di noi. E mentre qualcun’altro sta cercando a tutti i costi di incidere nelle viscere la propria storia,  c’è ancora tempo per scrivere l’ultima pagina della Pastorale Ambientale Lucana.

(Interpretazione strutturale personale)

Le multinazionali della redenzione

di Pietro Dommarco

                                 Il pozzo petrolifero urbano "Alli 2" (Eni), nel comune di Marsicovetere. Foto di Antonio Bavusi

Il pozzo petrolifero urbano “Alli 2″ (Eni), nel comune di Marsicovetere. Foto di Antonio Bavusi

La notizia è di quelle che fa accapponare la pelle. Almeno la pelle dei lucani preoccupati per il destino della loro terra, già ampiamente compromesso da un’attività estrattiva che va avanti da oltre 15 anni. “Petrolio Basilicata, un aiuto per uscire dalla recessione”: titola così la prima pagina del sito Wall Street Italia, riprendendo un pezzo dell’agenzia Bloomberg. Un articolo che ha il solo obiettivo di far alzare l’asticella delle quotazioni borsistiche delle compagnie petrolifere, nonché le aspettative economiche e lavorative (non certo quelle di vita) di una regione che, in questa fase più di altre, sta arrancando: povertà, disoccupazione, emigrazione, tumori. Un redazionale apripista del vero affare degli ultimi 60 anni di storia energetica. Una sorta di raccomandazione. Un po’ come i suggerimenti montiani e i richiami alla Goldman Sachs sul tema. L’ennesima copertina patinata alla Festival di Sanremo per gli investitori. Alla fine del 1999 un avvocato lucano impegnato in prima linea contro le “multinazionali della redenzione” mi ricordò – in uno dei miei primi articoli – il richiamo al lavoro per tutti (e da tutte le parti del mondo) di Enrico Mattei. Eravamo quasi alla fine degli anni Cinquanta e, da allora, la Basilicata non è cambiata molto. Il direttore generale dell’Eni, Claudio Descalzi, quando usa la “corda” dell’occupazione legandola all’indotto estrattivo – certamente in espansione nei programmi di San Donato Milanese – sa che quella “corda” la sta tirando troppo. I numeri parlano chiaro: sono 230 gli addetti del petrolio lucano. Duecentotrenta. Né uno di più, né uno di meno. Sarebbero invece 250 i milioni di investimento nell’ampliamento del Centro olio di Viggiano (da recuperare), 75 gli ettari di estensione, 1,6 milioni di metri cubi di gas acidi trattati quotidianamente, 2,7 milioni di metri cubi di gas lavorati al giorno, 2 i nuovi termo combustori, 2 i nuovi “tank” di stoccaggio delle acque di strato, 208 mila barili di greggio da estrarre quotidianamente dall’Eni nella sola Val d’Agri e 50 mila quelli che ogni giorno verrebbero tirati su dalla Total nella Valle del Sauro. Ad essere richiamati saranno gli accordi stipulati con Regione e Stato nel 1998 che mirano al raggiungimento – nel breve e lungo periodo – della soglia di 44 pozzi produttivi in Val d’Agri (dagli attuali 24) tramite l’aggiornamento del Programma dei lavori approvato dalla Giunta regionale nel 2011 (Delibera n.1177 – 8/8/2011, ndr). Perforazioni in altura, perforazioni lungo faglie sismiche, perforazioni su preziose sorgenti (oltre 700) a rischio inquinamento. Compromissione in atto dei principali bacini idrici. Pozzi in aree protette. È questo il prezzo che stanno pagando gli autoctoni e che pagheranno. La terra di nessuno. Ma questo le multinazionali della redenzione non lo dicono. La terra sacrificale lucana darà. Ad incassare saranno lo Stato – come stabilito dall’articolo 16 del Decreto Liberalizzazioni ed in nome di una falsa indipendenza energetica – e le compagnie petrolifere, perché sia che si parli di royalties, sia che si parli di prelievo fiscale al netto delle agevolazioni vincono sempre loro. Senza scuse. Solo questione di soldi e rapina delle risorse. Quello che resta è l’immagine di una regione che ha visto mutare lentamente i propri confini, il proprio profilo, le proprie risorse pulite. Che ha visto mutare la propria faccia ed il proprio ruolo al centro del Mediterraneo,

perché hanno vinto gli interessi energetici nazionali ed internazionali,

così come                                               le beghe,

le corruttele

e le clientele

del più becero provincialismo senza aspettative.

Negli ultimi dieci anni, almeno,

ho visto cambiare la mia terra

che ho raccontato sempre

                                                       con passione,

                                                                                    malinconia ed orgoglio,

senza cercare la gloria

o il posto di lavoro,

senza populismo.

Parlano i fatti.

Quelli che dicono che la Basilicata è

una colonia povera,

con la memoria corta,

                                              che per raccontarla

bisogna viverla o averla vissuta sul serio.

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