In Lucania il nuovo modello FIAT: Idea Uno Punto (Zero). E Melfi?

La Fiat annuncia un piano di due-anni-due di CIGS per l’impianto lucano di Melfi. E’ questa l’idea uno punto zero del destino industriale dello stabilimento lucano?

Ho fatto precipua richiesta alla FIOM-Ancona per ottenere il monte ore assoluto e relativo alla Lucania della FIAT nella sua storia, o meglio da quando esiste il contratto nazionale dei lavoratori. Al momento non mi hanno risposto; perciò, non ho i numeri per poter sviscerare dietro facili calcoli le ore di CIG e CIGS a cui questa fabbrica italiana ha avuto diritto. Certamente, sarebbe utile mostrare ai lucani e agli italioti e al mondo intero i numeri sui quali questa fabbrica ha costruito milioni di autoveicoli e veicoli commerciali, usando e abusando un diritto apprezzabile quando si rispettino le regole dell’imprenditoria e del lavoro.

L’a.d. Marchionne, dopo il polverone sollevato dall’opinione pubblica su quest’ennesimo intervento a gamba tesa sul comparto italiano della holding che parla sempre più americano,  ha dichiarato che i commenti contrari da parte dei politici  su questa decisione sono osceni. Potrebbe pure avere ragione a dichiarare osceni i commenti, visto che i politici italioti non hanno mai capito una mazza di industria se l’industria  italiota  è quel che è, ma l’hanno sempre leccata per i propri tornaconto. Di certo c’è che, dopo aver fatto red carpet con masson Monti e il padrone piemontese erede dell’avvocato ammanicato con Kissinger e altri potenti imperialisti occidentali, il lancio e il bilancio mediatico internazionale di FIAT – o come si voglia chiamare oggi – ha avuto un bel sussulto positivo nelle lande statunitensi, tanto quanto in quelle canadesi, indo-asiatiche e finanche europee. Insomma, l’operazione dell’Europa Unita per tappe coatte, passa pure da Melfi. Che culo!!

Inoltre, dichiara pure che non capisce dov’è il problema. Senza andare a ripescare lotte operaie – pure importanti e fondamentali – o impaludarsi nella pantomima sindacale, bisogna cercare di comprendere il più possibile del perchè l’industria tra le più importanti in italiand debba evitare di mettersi le mani nelle tasche, pescare i soldini necessari a ristrutturarsi e fottere a fare il lavoro per cui è nata: un’industria di autoveicoli.

Uno sguardo su esempi dell’industria italica. Per Finmeccanica sappiamo ormai come vanno le cose: smembramento di importanti pezzi e, comunque, un paracadute chiamato repubblica italiana (vedi Avio agli USA, ma anche Fincantieri in perenne debacle manageriale senza ritorno; e poi vedi la corruzione ai più alti livelli denunciata da Gabanelli e Report). In sintesi paghiamo noi, ma almeno il profitto è pubblico? Quanto meno dovrebbe esserlo, ma se consideriamo che Ansaldo Breda facente parte del gruppo Finmeccanica va a costruire metropolitane in Australia e Matera rimane senza collegamenti ferroviari ma con le officine ferroviarie della Ansaldo, un dubbio sul profitto reale e non solo finanziario potrebbe pure intervenire, o no?

Per i produttori di armi convenzionali – tipo la Beretta SpA – le cose non vanno male; anzi, vi sono incrementi decisivi del fatturato (http://www.bresciaoggi.it/stories/dalla_home/370353). La legge italiana 185 del ’90 impedisce l’export a paesi belligeranti o non conformi alle leggi sulle condizioni e i diritti umani, ma c’è da dire che se la Sierra Leone facesse un ordinativo alla Beretta e non potesse far fronte al corrispettivo creditizio, interverrebbero le polizze “obbligatorie” contratte con il SACE, che è poi lo stato italiota (cit. “In data 9 novembre 2012 Cassa Depositi e Prestiti S.p.A. (“CDP“) ha acquistato l’intero capitale sociale di SACE dal Ministero dell’economia e delle finanze,[…] tratto dal sito www.sace.it, alla pagina corporate e governance, voce assetti proprietari di sace) . Quindi? Mentre il profitto è privato, paghiamo sempre noi…per le pistole o per i fucili che servono a far “crescere” l’industria italiota e a mietere sempre più vittime nel mondo.

E FIAT? A parte aver sbattuto i pugni sul tavolo di confindustria con relativa uscita; a parte aver acquisito  – monopolizzandolo – il comparto produzione veicoli italiani; a parte aver indetto referendum di fabbrica manco fosse  uno stato a sè, con l’abrogazione di alcuni sostanziali punti del contratto nazionale; a parte aver dismesso Termini Imerese, congelato Arese, cassitengrato il cassa integrabile, partendo proprio dalla sede piemontese del lingotto; ecco a parte questi due cenni, cosa dire della Lucania e di Melfi? Dacchè ne ho memoria, avimm’ pagat’ semb’ niuje!! Cioè, noi paghiamo la cassa integrazione; noi co-investiamo per gli impianti industriali; noi sopportiamo la logistica che comporta un impianto industriale; noi i costi in materia di spopolamento di aree medio-piccole; noi l’incremento dell’inquinamento concentrato; noi la viabilità insufficiente; noi i cadaveri su arterie viarie costipate e inzippate di bisarche; noi la deterrenza del potere industriale concentrato su un solo, enorme comparto; noi le crisi dell’indotto…mentre il profitto è privato: devo aggiungere altro?

Rispondere con la retorica della creazione di posti di lavoro, francamente mi ha fatto sempre ridere amaramente. E’ il classico rifugio dell’autolavaggio della coscienza per giustificare tutto il resto che, nel milgiore dei casi, viene definita conseguenza collaterale. Mettiamola così: sì, è vero che creare posti di lavoro significa far del bene al territorio, sia per l’assunzione diretta del personale impiegato che per tutto l’indotto relativo e i servizi annessi e connessi; ma creare posti di lavoro non può e non deve significare assenza di pianificazione e imperizie varie che poi vertono sempre sul “ricatto” occupazionale.

L’idea di ricorrere a due anni di CIGS per ristrutturare gli impianti – tale la motivazione – risulta una pianificazione quanto meno efferata. Dice, sempre il CEO, che hanno in programma l’uscita di 17 nuovi modelli più la revisione di 7 di quelli vecchi entro il 2016. Di più non si può sapere, visto che i piani industriali sono segreti. Ora, a guardare le cifre che hanno accompagnato il gruppo solo nell’ultimo anno, mi chiedo: e non si poteva intervenire sui nuovi modelli senza interrompere le linee? Considerando il periodo critico, non si poteva operare una gestione più razionale e meno impattante del ricorso a due-anni-due di nullafacenza dello stabilimento lucano a carico dello stato?  Cioè, a fronte delle perdite conclamate nell’ordine del 20% – su una perdita accertata del totale mercato auto per il 2012 che rasenta la quota FIAT: -19,8% (fonte UNRAE), sarebbe stato più che opportuno  affrontare la materia degli investimenti quando già si avevano i report trimestrali, anticipando i forecast dei budget annuali, visto e considerato che si veniva da un periodo di perdite del settore già molto pesante. Ma queste ricette non le scopro io, nè sono io a doverle sindacare all’industria FIAT: potevano pensarci da soli o ci potevano pensare i cosiddetti dirigenti politici (nazionali e lucani) a “costringere” il gruppo a investire. Insomma, è un sistema perverso: FIAT apre un impianto a Melfi; occupa totmila persone più indotto e servizi, offrendo e garantendo “benessere” occupazionale ed economico per il territorio per un numero imprecisato di anni; la politica sponsorizza e avalla. Ma quando FIAT non fa l’industria, cioè quando FIAT non reagisce tempestivamente alla crisi ripianificando la propria mission in Melfi, ma lo fa tardivamente esercitando il più classico degli strumenti coatti del “devo riqualificare, sospendo la produzione e mi pagate il conto che mi dovete per  avervi dato un impianto industriale”, ecco allora che la politica  – e i sindacati – dormono. Sic e onomatopeicamente Sigh!

A ben guardare le stime che concernono il gruppo torinese, è fuori dall’Italialand e addirittura fuori dall’Eurozona che bisogna cercare i profitti che consentono a Marchionne di fare il bello e il cattivo tempo in Enotria. Il Gruppo Chrysler è in attivo in USA, Canada; Fiat va alla grande in Brasile e si appresta a presentare modelli in Asia: la Cina vanta il primo varo di modello Viaggio, costruito su pianale Giulietta, mentre per l’Eurasiatica Russia si attendono ancora i project plans del CEO (http://www.ilmessaggero.it/economia/mercato_delauto/notizie/220056.shtml). Intanto Marchionne, attuale presidente del consiglio di Acea, ovvero l’Associazione Costruttori Europei Autoveicoli dell’Europa a 15, tende a voler liberalizzare il più possibile partnerships per evitare gli imbuti produttivi che si verificano da un quinquennnio a questa parte. Il Japan è il destinatario degli accordi di libera circolazione di manufatti, purchè vi siano fairy policies tra tutti gli aderenti ad Acea.

Detto ciò e appurato anche che i preposti ministeriali del governo geronto-pluto-oligarco-dittatoriale e i sindacati avalleranno presumibilmente la richiesta della CIGS a turni spalmata sul prossimo biennio (’13/’14), non si capisce una cosa fondamentale: se il mercato dell’auto è in crollo continuato e continuativo da almeno 5 anni, ovvero dall’inizio della sofferenza inaugurata nel 2007, perchè non adottare un altro tipo di politica industriale e/o invitare Fiat a farlo?

E vengo al dunque. L’idea uno punto zero – visto che siamo a tabula rasa di innovazione industriale e il marketing di cui fanno bella mostra i siparietti nostrani fa più piangere, se non attirarsi com-passione – poteva, e ancora potrebbe essere, quella di raccogliere un bel parco di ingegneri e farli mettere seduti dinnanzi a una sfida epocale: riportare la mobilità a 4 ruote  ante carburanti fossili o sovvertire la percentuale dell’uso del fossile, riducendola al minimo, quasi zero.

E’ forse che il discorso di dover affossare per sempre diesel&benzina sarebbe stato oltraggioso e fin troppo pericoloso nei confronti di Big Oil? Appare chiara la misura, quando si vedono nella tivvù spazzatura italiota gli spot  – giudicati ingannevoli con multe a carico – delle promesse-contentino con gli sconti ai distributori del compare Scaroni (a.d. ENI). 

Il quadro della mobilità sostenibile – soprattutto: ecosostenibile – in italialnad viene dissacrato. Dove le automobili a metano? Dove le automobili elettriche? Ma, soprattutto, dove le automobili ad aria compressa?

Ci pensano i concorrenti e partner di FIAT, quali gli indiani di TATA con la MDI lussemburghese. Per chi se lo fosse fatto passare sotto il naso http://www.repubblica.it/motori/attualita/2012/06/07/news/arriva_l_auto_ad_aria-36653710/. Quindi, già da tempo è in progetto il prototipo di automobile ad aria compressa, con l’utilizzo di fossile ridotto all’osso. E FIAT? Perchè non aver creduto nel progetto e aver investito soldi nella ricerca e sviluppo e aver tentato di portare avanti l’idea di una conversione degli impianti – p.e. Melfi – nella produzione su scala nazionale e internazionale del modello rivoluzionario? Mancano forse gli studi ingegneristici? Mancano forse le risorse umane per dirigere il progetto? Mancano forse i soldi degli utili razzolati in borsa, mentre gli operai erano in cassa integrazione a costo dello stato? No, manca  la benchè minima volontà di essere industria consapevole di sè e del territorio in cui opera. Inoltre, manca la consapevolezza di poter scrivere la storia dell’automobile e della mobilità eco-sostenibile in un quadro smog-dipendente.

Forse, stando alle parole di Marchionne, davvero noi non possiamo capire dov’è il problema della richiesta  di CIGS a Melfi; ma, al contempo, non si riesce a capire perchè nel mondo si muovono menti e capitali per superare l’ovvio fallimento del vetero-industrialismo fordiano e taylorista, mentre in patria si contraddicevano anche i più basici presupposti della stessa ex-rivoluzione industriale a stelle e strisce: al salario più alto per una diffusione più ampia di capacità di acquisto, la FIAT sta rispondendo con la sottomissione contrattuale e salariale, in italialand come in Serbia e in Brasile. E neanche è comprensibile come un “illuminato” come l’italo-canadese che paga le tasse  in svizzera e che pulpiteggia manco fosse uno statista, non abbia ancora compreso che le catene di montaggio sono il paleolitico dell’industria: bisogna ritornare alle officine, alla capillarizzazione del lavoro, la distribuzione razionale sul territorio, in maniera da renderlo assimilabile e sostenibile, nonchè equamente foriero di capacità tecnica ed economica diffusa. Potrebbe mai farlo un’industria lucana che ha  sia i veicoli che le pompe di benzina? Un raro caso di filiera corta, a km zero nel territorio-concessionario lucano: produco l’autoveicolo, lo immatricolo e lo battezzo nei fiumi e nelle dighe iper-inquinate e ti faccio pure il pieno che sgorga dalla trivella! Uno spot d’eccellenza, per la miopia e la deficienza della classe dirigente!

La crisi senza fine del sistema occidentale che sta coinvolgendo sempre più tutto il mondo, amplificandone se possibile le atrocità in altre, ormai sembra arrivata al bancone dell’oste: i conti non tornano e bisogna vedere come pagare lo scempio fatto; sul chi paga e pagherà, non v’è dubbio alcuno: tra questi la vecchia classe operaia o neo classe media povera.

Ecco, sì Marchionne: io non ho capito dov’è il problema, ma almeno mi interrogo e cerco una o più soluzioni. Soluzione che potrebbe riguardare Melfi in particolare. Per esempio: perchè gli appiccicosi e appicciati-allo-scranno dirigenti politici lucani insieme ai confindustriati e ai teorizzatori di una Lucania meno schiava di FIAT/ENI&sorelle/Liquichimica/Siderurgica non è venuto in mente di progettare una conversione degli impianti di Melfi?  Una conversione caratteristica sarebbe quella di cui sopra: si mantengono le peculiarità industriali  -ovvero produzione di autoveicoli & affini – ma si cercano le alternative all’avanguardia, come l’auto ad aria compressa. Oppure una conversione degli impianti per la produzione di meccanismi per l’energia solare e sviluppo delle fonti idro-motrici  sostenibili (anche marine, così la Shell e cumparotti si mettono l’anima in pace), al momento le meno impattanti e inquinanti. Oppure, e contestualmente quest’ultima, la produzione di veicoli industriali per il comparto agricolo, che siano i più all’avanguardia possibile e che permettano uno sviluppo deciso dell’agri-zootecnia lucana e italica, razionalizzando la varietà produttiva lucana e cercando di bypassare il più possbile la semi-comatosa GDO e le multinazionali, magari rispoverando quel progetto di filiera a km zero tanto decantato. Oppure, insieme a tutto quanto sopra detto e proposto, un bel centro di ricerca e sviluppo richiamando l’esercito di ingegneri lucani sparsi per il globo terracqueo per le tecnologie agricole, la viabilità lucana (vedi sistema rotabile assente o avvilente, sottraendolo al fantasma Ansaldo Breda), trasformazione di materie prime  – quali materiali lignei e/o naturali, relegando i ferrosi o le leghe in mininma parte  – utili alle cantieristiche varie e sviluppo di materiali edili esenti da e alternativi al cemento, etc etc. Oppure, oppure, oppure…

L’idea uno punto zero è: Marchionne, lascia stare i comizietti, che tanto noi sappiamo che FIAT esiste perchè fornitrice di veicoli militari dalle elargizioni appaltanti mussoliniane in poi. Noi tutti sappiamo che senza i milioni di ore di cassintegrazione il profitto aziendale sarebbe stato sufficientemente avvilente. Noi tutti sappiamo che senza lo sfruttamento delle persone che sono impiegate negli impianti – e parlo solo degli addetti al montaggio – difficilmente esisterebbe la FIAT. Noi tutti sappiamo che a questo modello di sfruttamento italico esportato all’estero non corrisponde un vero piano industriale, nè la ricerca nè lo sviluppo. Noi tutti sappiamo che la FIAT è un’industria privata, ma in fin dei conti è la nostra. Ma quello che in fin dei conti non sappiamo: è chi cazzo stiamo aspettando a nazionalizzarla!

In un mondo meno competitivo, meno afflitto dal subliminale effetto compulsivo dell’avere e non dell’essere, non v’è più spazio per tutto quanto ci circonda. Questo mi pare fuor di dubbio. Invece, in un mondo dove è l’uomo che si confronta con se stesso prima che con i totem simbolo del proprio alter-ego, ecco l’uomo stesso saprebbe salvare quello che di buono ha sostanziato, rinunciando per sempre al surplus di materie, merci, gadget cerebrali prim’ancora che fisici, non lasciandosi più abbindolare dagli altri, riprendendo le redini del proprio cervello.

Io salverei la cultura e l’arte, la tecnica, l’artigianato. Li salverei affinchè permettano lo sviluppo definitivo di fonti di energia alternative, oltre che perpetuare  l’esercizio della conoscenza e dell’applicazione della scienza. In fondo, l’arte dell’uomo è la sua rappresentazione ultra-umana che pretende di essere super-mondana.

Utopistico? A me pare proprio di no, considerando anche il fatto che la produzione di automobili così come fatta dalla FIAT non serve proprio a niente. Non solo. Si convertirebbe una fabbrica e il proprio indotto in un polo scientifico-industriale avanguardistico per la Lucania, visto che oltre ad avvelenarci di chimica, pertrolerie varie, ricerche oscuramente tossiche di ENEA, non v’è traccia di altri esercizi mediati tra teoria e pratica come quello sopra descritto. E’ un esempio. Ma questo esempio provocatorio e mica tanto, vuol essere un invito a riflettere sul fatto che l’essere umano deve tornare a gestire in modo diverso le proprie capacità, per metterle in maniera efficiente al servizio delle proprie esigenze. E il Lucano ancor di più!

Così facendo, si eliminerebbe una produzione obsoleta e inutile; basta con le automobili, almeno così come sono costruite; magari rinforzare il comparto della trazione su rotaia no? Rinunciare al motore a scoppio e ridisegnare il concetto stesso di mobilità. Riflettere sull’evoluzione tecnico-industriale da James Watt in avanti, diventa utile per comprendere che l’industrialismo e le sue varie fasi non hanno fatto altro che produrre surplus di inutilità, schiavismo e subalternità al mercato, altro che prodigi della tecnica.

I veri prodigi dovrebbero essere messi al servizio dell’annullamento delle malattie, le quali sono anch’esse causate dal malgoverno italico dell’ultimo secolo e mezzo. Ecco ripulendo l’ambiente dalle tossine di ogni specie, in particolare politicanti e affaristi senza ritegno, pseudo-super-governatori, gruppi lobbistici, l’essere umano potebbe tornare a vivere con un pò di pace e libertà in più. Ma questo non è l’obiettivo di molti, se si continua a sobillare e contro sobillare, invitare al voto per mantenere in vita attaccato a una flebo un sistema ormai completamente corrotto e collassato. Il denaro non esisterà più, perchè l’uomo non dimentica che tutto quanto ci circonda è solo una convenzione, imposta con la pratica della circonvenzione, mica con la finalità dell’utilizzo come mezzo, se non come fine a cui aspirare!

La Fiat di Melfi come concetto principe di industria deve essere superato e sostuito da ciò che la Lucania realmente necessita. E, magari, servire da esempio per il Sud Europa e per il Mediterraneo.

In Lucania è possibile un nuovo stato dei fatti, non degli stra-fatti di Fiat e dei governanti. L’idea uno punto zero è la presa di coscienza che il lucano potrebbe accarezzare, almeno per alternità alla pentola a pressione sociale che il territorio sta diventando. In Lucania esiste il realismo magico che permette questo e altro: non lasciamo che Fiat o i politicanti ci strappino la volontà di rimboccarci le maniche, fermare il declino scritto dall’unità d’italialand in poi, partecipare attivamente a un presente diverso e positivo. Hai capito Marchionne dov’è il problema?  

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