Femminicidio: le Donne si Difendono, si Organizzano e Lottano. Parola di Lucana!

All’Ego Te Absolvo, Homo Uxoricida! del pulpito vaticanico nell’iper-cattolica italialand, pubblico per contraltare un pezzo di straordinaria verità tranchant e consapevole auto-determinazione sull’abominio del femminicidio e sulla condizione generale della Donna. Lo scrive una Lucana, piena di titoli e ambizioni nel cassetto, precaria e migrante q. b. Lo scrive una Donna che si Difende, si Organizza e Lotta.

by Roberta Giannatiempo per unlucano

Una stampa fanatica e deviata, attribuisce all’uomo che non accetterebbe la separazione, questa spinta alla violenza. In alcuni casi, questa diagnosi può anche essere vera. Tuttavia, non è serio che qualche psichiatra esprima giudizi, a priori e dalla Tv, senza aver esaminato personalmente i soggetti interessati. Non sarebbe il caso di analizzare episodio per episodio, senza generalizzare e seriamente, anche per evitare l’odio nei confronti dei mariti e degli uomini? Domandiamoci. Possibile che in un sol colpo gli uomini siano impazziti e che il cervello sia partito? Non lo crediamo. Il nodo sta nel fatto che le donne sempre più spesso provocano, cadono nell’arroganza, …

… si credono autosufficienti e finiscono con esasperare le tensioni esistenti.

Bambini abbandonati a loro stessi, case sporche, piatti in tavola freddi e da fast food, vestiti sudici e da portare in lavanderia, eccetera… Dunque se una famiglia finisce a ramengo e si arriva al delitto (FORMA DI VIOLENZA DA CONDANNARE E PUNIRE CON FERMEZZA), spesso le responsabilità sono condivise.

Quante volte vediamo ragazze e anche signore mature circolare per la strada in vestiti provocanti e succinti?

Quanti tradimenti si consumano sui luoghi di lavoro, nelle palestre, nei cinema, eccetera?

Potrebbero farne a meno. Costoro provocano gli istinti peggiori e se poi si arriva anche alla violenza o all’abuso sessuale (lo ribadiamo: roba da mascalzoni), facciano un sano esame di coscienza: “forse questo ce lo siamo cercate anche noi”?

Basterebbe, per esempio, proibire o limitare ai negozi di lingerie femminile di esporre la loro mercanzia per la via pubblica per attutire certi impulsi; proibire l’immonda pornografia; proibire gli spot televisivi erotici, anche in primo pomeriggio. Ma questa società malata di pornografia ed esibizionismo, davanti al commercio, proprio non ne vuol sapere: così le donne diventano libertine e gli uomini, già esauriti, talvolta esagerano.” Bruno Volpe tale come ha scritto in un comunicato stampa del blog pontifex.roma.it  a Dicembre 2012. (nessun link ai vaticanici!)

 “In una società razzista e sessista, gli uomini psicotici, così come quelli che sono considerati normali, frequentemente agiscono sulla base degli atteggiamenti ubiqui di razzismo, misoginia e omofobia con i quali sono stati cresciuti e che vedono costantemente legittimati” (Radford e Russell 1992).

Lasciando da parte la critica più istintiva e trattenendo a denti stretti un viscerale urlo di condanna che sorgerebbe spontaneo leggendo le parole di Bruno Volpe – critica che, ancora oggi nell’anno di grazia MMXIII, i nostri cari oscurantisti e medievalisti portainsegne vaticani non si sottraggono dal meritare perpetrando con forza un bieco capovolgimento della ragione e della logica – mi sembra giusto puntualizzare alcuni temi che nascono dalle parole incaute e, come al solito, figlie della cecità sociale che affligge la nostra libera chiesa in libero stato.

Le donne vengono accusate di essere co-artefici del loro stesso ruolo di vittime: questa perversione deduttiva affonda le sue radici in un’idea di passività della sessualità e della socialità femminile. Quest’ultima è a sua volta figlia non solo dell’ideologia positivista dell’Ottocento, ma di un vero retaggio culturale di stampo patriarcale in cui gli uomini esasperano atteggiamenti machisti e sciovinisti inconciliabili con le naturali modificazioni delle relazioni umane. Pensano davvero che una donna debba essere priva di volitività, di sano egoismo e di ambizioni?

Certamente, partendo da queste premesse ideologiche, è più semplice condannare e giudicare i comportamenti femminili piuttosto che educare la popolazione maschile. Questi modelli comportamentali, quando difesi da persone che occupano ruoli di potere e di responsabilità sociale o che ancora oggi ambiscono a quello di “guida”  spirituale diventano ancora più intollerabili. Infatti, è proprio nelle strutture sociali più tradizionaliste (famiglia e chiesa) che nel nostro paese si verificano la maggior parte degli episodi di violenza di genere. Usando toni e parole così bassamente demagogici, coloro che le pronunciano si rendono loro stessi i primi complici della lunga scia di sangue che dal 2012 fa contare più di 120 vittime solo in Italia, in media un omicidio ogni tre giorni. La violenza di genere è un crimine che va riconosciuto e combattuto, non avallato e sicuramente non perdonato estendendogli l’indulgente sentimento di pietà cristiana. Ma si sa, i nostri chierici sono sempre avvezzi a perdonare i molti o i molto potenti: basta ricordare (peccato capitale in un periodo in cui la memoria storica va azzerata ogni tre giorni) che papa Giovanni Paolo II strinse la mano a Pinochet, luminoso esempio di buon governo e fautore delle libertà individuali in un paese democratico.

La pietà cristiana diventa quindi non solo complice ma anche fattore di incitamento al crimine di uomini che umiliano e  ammazzano le donne. Perchè è un crimine e non “roba da mascalzoni”. Oltre alla certezza di sfuggire alla giustizia dei tribunali, i colpevoli di femminicidio verranno assolti anche dalla giustizia sociale, e chissà, anche da quella spirituale (cattolica ecclesiastica romana nello specifico).

Perchè la violenza sulle donne è un problema degli uomini, che non necessita da parte delle vittime di un esame di coscienza, piuttosto ci sarebbe bisogno di una ribellione della coscienza civica per combattere questo fenomeno. Che senso ha continuare a mettere in dubbio la veridicità di un omicidio o di uno stupro, umiliando ancora di più la vittima alla ricerca di una sua correità, aggiungendo alla tragicità anche il grottesco pensiero sottinteso “secondo me lei ci stava”. Che senso ha portare avanti campagne per  imbrigliare ulteriormente e limitare le libertà individuali, dato che è proprio nei Paesi dove le donne godono di più diritti e partecipano maggiormente alla vita sociale che esse percepiscono maggiormente l’aggressività dei comportamenti e sono a conoscenza degli strumenti che hanno per difendersi.

Il vaticano continua a proporci un modello femminile  sottomesso e subordinato, come se questi atteggiamenti salvassero dalla violenza di genere “esteriore”. Essi creano, invece,  la forma di violenza più estrema: la totale schiavitù in un ruolo assoggettato e definito solo in base alla sua controparte dominante, quella maschile. Oltretutto, da diverse ricerche empiriche e testimonianze, è dimostrato che un atteggiamento di sottomissione nei casi di aggressione non diminuisce affatto l’efferatezza della violenza nei casi di stupro, anzi; piuttosto, moltissime donne sono riuscite a salvarsi dalle aggressioni subite, anche quando venivano minacciate con armi.

Mentre nel nostro paese (“p” sempre più minuscola!) diminuisce il numero delle uccisioni, aumenta il numero delle donne vittime di un “amore criminale”, citando il titolo di una trasmissione di Rai3. Ogni anno sono migliaia le donne che denunciano aggressioni, stupri o maltrattamenti, e centinaia quelle che perdono la loro vita per mano di un uomo che fa parte del loro nucleo affettivo: padre, compagno, amico, ex. A queste cifre agghiaccianti va aggiunto il sommerso, da cui si arriva a milioni di donne vittime della violenza di genere. Il conflitto di genere nel nostro paese sta attraversando una fase critica: dopo le lotte femministe e le conquiste derivate dalle battaglie sostenute tra gli anni ’60 e ’70, si sta verificando una vera inversione di tendenza, incoraggiata dai modelli proposti, a partire dagli anni ’80, attraverso vari canali di informazione e formazione: famiglia, chiesa, politica, scuola e cultura di massa rimandano ad un modello femminile anacronisticamente ancorato alla tradizione familista italiana che riserva alla donna un pattern comportamentale caratterizzato da qualità come l’abnegazione, il sacrificio, la totale disponibilità. Oppure noi donne italiane dovremmo fare forse riferimento alla fin troppo nota “velina”, altra incarnazione della donna che non ha altre qualità che la sua presunta bellezza, la sua disponibilità, la sua stupida vacuità che la rende assolutamente inoffensiva per il narcisismo e l’auto-affermazione dell’uomo-padrone patriarcale. Queste “qualità” generano – tra l’altro – solo dipendenza all’interno delle relazioni sociali e affettive e sono anche tra le prime cause della difficoltà ad abbandonare un compagno violento, in quanto si sviluppa una vera e propria asimmetria di responsabilità all’interno dei rapporti.

Un’asimmetria che trova molti riscontri, come quello da cui ho tratto spunto per questo post: la cosiddetta teoria della collusione o della cooperazione tra vittima e carnefice è una delle più grandi bugie psicologiche che viene sbandierata da chi, effettivamente, non riesce a superare le proprie fragilità in quanto uomo, goffamente ancorato ad un concetto di virilità che per auto-determinarsi ha bisogno di un rapporto conflittuale e di controllo con quello che vede come sua contro-parte: la Donna.

È da notare che un alto numero di donne che subiscono maltrattamenti in Italia sia una libera professionista. Sembrerebbe una contraddizione in termini, in quanto queste donne dovrebbero avere un grado di educazione più alto ed essere quindi più “emancipate”. Ma la nostra situazione è ben diversa: siamo donne lavoratrici precarie, fatichiamo ad avere una nostra stabilità, e spesso ci troviamo a lavorare in contesti lavorativi quasi esclusivamente maschili e per questo pieni di pregiudizi e di immagini precostituite della femminilità. Siamo più ricattabili in un mondo maschile che interpreta la nostra emancipazione come maggiore disponibilità. Guadagniamo in media il 15% in meno dei nostri colleghi uomini, fatichiamo molto di più a trovare un’occupazione, e al Sud addirittura sei donne su dieci sono disoccupate.

Il nostro paese è la settima economia del mondo, ma per quanto riguarda la parità tra uomini e donne è paragonabile a paesi che, dal punto di vista strabico occidentale, sono “in via di sviluppo”: non è possibile negare il fenomeno del femminicidio. Chi lo fa si macchia di un negazionismo che protegge un insostenibile status quo invece di promuovere una cultura di rispetto e di progresso rispetto a delle forme culturali tradizionali che evidentemente non funzionano, se al loro interno avvengono, con questa frequenza e questa efferatezza violenze di genere.

Ed è vergognoso cercare di coprire il tutto con atteggiamento relativistico “non sarebbe il caso di analizzare episodio per episodio…?”, cercando di sottrarre agli occhi dei lettori la trama di violenza che sottende a TUTTI gli episodi, sviando l’attenzione dal generale al particolare come se questo passaggio potesse diluire la forza della reazione di chi riconosce questo crimine, cercando di eliminare una visione globale e critica della questione del femminicidio.

Questione che evidentemente risulta scomoda e fastidiosa da affrontare. Forse la questione è ancora più scomoda da affrontare alla vigilia delle elezioni politiche: come sua consuetudine il vaticano si pronuncia volentieri sulle questioni politiche di un paese straniero (l’Italia, appunto), e forse è ancora più scomoda perchè richiama immediatamente alla memoria un’altra vicenda di violenza che ha come protagonisti i dipendenti della Vaticano Spa. Come possono non spiegare (e anzi in molti casi giustificare tramite lo stesso stile) la lunghissima lista di propri dipendenti coinvolti in casi di pedofilia et similia?

Perfino il Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu ha indicato all’Italia la necessità di inserire nel quadro dell’agenda politica nazionale una serie di interventi volti a contrastare il problema della violenza domestica. Ma tutti noi ci rendiamo quotidianamente conto di quanto il tema sia di scarso interesse e quanto poco la “nostra” politica si mobiliti.

La lotta in questo contesto diventa un nostro dovere, perchè riesce a indebolire e svilire i comportamenti femminicidi: le donne agiscono come soggetto che si difende, si organizza e LOTTA!

Il cristianesimo, caratterizzato da un dio singolarmente maschio e da ideologie e pratiche […] particolarmente repressive nei confronti della sessualità femminile, fece molto per abbassare lo status delle donne […]” (Powers 2005)

Gli Stati dovrebbero condannare la violenza contro le donne e non dovrebbero appellarsi ad alcuna consuetudine, tradizione o considerazione religiosa al fine di non ottemperare alle loro obbligazioni quanto alla sua eliminazione. Gli Stati dovrebbero perseguire con tutti i mezzi appropriati e senza indugio una politica  di  eliminazione  della  violenza  contro  le  donne  e,  a questo fine, dovrebbero: […]

j) Adottare tutte le misure appropriate, specialmente nel campo dell’educazione, per modificare i modelli di comportamento sociali e culturali degli uomini e delle donne e per eliminare i pregiudizi, le pratiche consuetudinarie e ogni altra pratica basata sull’idea dell’inferiorità o della superiorità di uno dei due sessi e su ruoli stereotipati per gli uomini e per le donne.”

(Dichiarazione sull’Eliminazione della Violenza sulle Donne,  Risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite 48/104 del 20 dicembre 1993)

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