Rivoltini Primavera: quel sapore esotico, adesso molto mediterraneo

Nel Meditrerraneo continua il subbuglio, ma nessuno sembra farci troppo caso. Si tende a dividere, nel più puro insegnamento tattico-politico romanico.

Linea nordafricana: storia di un kebab sociale. Sistemate con una guerretta veloce veloce le istanze deliranti di Gheddafi e tribù amiche, la Libia non fa più parte dei discorsi quotidiani. Come a dire: avete rotto con la vostra rivoluzioncina; vi abbiamo aiutato a zittire il capo-tribù con i gradi di colonnello; ora, per favore, non rompete più. A noi il petrolio, a voi le macerie umane. In Algeria, uno dei territori più caldi dell’intero nord Africa, dopo le prime sommosse soffocate nel sangue anche quelle, credo che ci sia la lunga mano a mò di baguette della Francia: avete detto la vostra, ora tornate schiavi. Anche lì, per la serie i moti della pancia dell’impero gallico vengono spenti e taciuti da Parigi. La Tunisia, segue a ruota, benchè un pò più guascona nelle proprie istanze, ogni tanto fa risentire il venticello di rivolta, subito sedato e annacquato dai  legionari parisienne. Egitto: e qui si ferma l’orologio. Si ferma, perchè la percezione spazio-tempo imposta agli abitanti egiziani è di quelle tra le più grottesche. Votazioni che durano da non si sa quanto e chissà ancora per quanto. Intanto, a ciclo mensile vengono vomitati in piazza un pò di omicidi di stato per soffocare le voci del popolo. Vedremo se il popolo che cacciò Mosè secondo le invereconde leggende bibliche, saprà scacciare l’opera di fino dei sionisti che cercano di arraffare ed ereditare le porcherie di Mubarak e famiglia: si sa, Suez fa gola, ma è una gola arrossata dal Mar Rosso con il sangue di chi chiede libertà e affrancamento, anche dai più che potenziali regimi-religiosi islamici. Un macello sociale a giro, come uno spiedo kebab, fatto a fette giorno dopo giorno, mentre non si vuole trovare la quadra per dare pace definitiva ai particolarismi culturali e tendere a omologarli al Nuovo Ordine Mondiale. Sarà che per conquistare l’Africa, già strenua preda di Europei, Usa e Cinesi in preda all’accatto della terra e delle materie prime, abbiano assoldato le spinte oltranziste sub-sahariane a sobillare il cappello della madre Africa? Intanto, mentre il Corno D’Africa continua la sua macilenta marcia verso la morte che l’accompagna da oltre un secolo,  il Marocco vive beato e tranquillo un isolamento dorato che auspico duri per sempre, grazie al sinora illuminato e diplomatico governo monarchico meno becero e asservito dell’intera fascia magrebina. Un esempio, dove forse il piatto principale non è un girarrosto, ma anche un più moderato cous-cous: mediazione gastonomica equalizzata a una società in pace per la pace (ripeto, finora!). 

Al di qua del mare nostrum: Penisolati d’Europa, Isolati dall’Europa. La Grecia è spintonata da più parti. Principalmente insistono gli efferati interventi franco-tedeschi (e non ci dicono quanto inglesi e statunitensi e cinesi, questi ultimi già concessionari trentennali del porto del Pireo!) a tenere per la collottola  – prima di strozzarla definitivamente – la civiltà che ci ha dotato della parola democrazia, della parola politica, della parola Europa. Se le parole rispondono all’oggettivo bisogno di significare, allora questi significati sono persi per sempre. La tirannia veramente e propriamente imposta dai parruccati che merendano a cavoli a Bruxelles, sta per sancire la parola fine: impartiscono  esercizi di uscita di una stella dal pavese sceriffesco unionista. Cambia il conio, cambiano le regole, cambiano i rapporti. E meno male che non ho mai smesso di cambiare valute a mente, ma ho sempre valutato di cambiare la mia mente in positivo, rispettando culture, gente e pensieri. Mi viene naturale consigliare ai cambiavalute europei   di valutare i cambiamenti, prima di giocare a risiko con la vita  della gente. Se la penisola è un terreno fertile per combattere guerre tecnico-strategico-economiche, ecco che quella iberica ha subito uno scacco destibilizzante, sebbene secondo in quanto a tragedia sociale solo alla penisola ellenica, in questa classifica della perdita di libertà. Il Portogallo si è arreso subito ai dettami degli stra-masturbati di Strasburgo e ha accettato le condizioni capestro del contratto a unica clausola vessatoria: se vuoi rimanere nell’euro-zona devi prenderti il nostro prestito, acquistare i nostri servizi e le materie dove diciamo noi e restituirci il tutto ai tassi che ti imponiamo noi. La Spagna, invece e per fortuna, fa i capricci. Dotata di un impianto infrastrutturale tra i più all’avanguardia  in tutto il mediterraneo, stenta a voler digerire la pillolina avvelenata che la UE  e cumpari cercano di farle sorbire come terapia drogante quotidiana. L’indignazione de los indignados è il segnale che deve vincere; è la forza e l’orgoglio della gente che vuole essere lasciata in pace e non asservirsi ai poteri forti. Certo avere in pancia l’Opus Rei non aiuta a dissimulare antichi dogmo-imperialismi, ma forse potrebbero giocarsela al tavolo: forse opteranno più per un prestito ad usura con la croce che subire la croce dell’usura del prestito che puzza di cavoletti e patate. L’Italia, intanto, impresta politiche da ogni dove: ieri era rigorosa come Frau Merkel, oggi sviluppa copie fotostatiche di piani di rilancio e crescita francesi, inglesi, statunitensi; domani sarà usufruttuaria dei propri beni culturali, nell’ottica della cartolarizzazione sociale travestita anche delle mutande tricolori. Nel mentre, deve fronteggiarsi con varie istanze di ribellione sociale: somiglia più a un pollo allo spiedo che gira, gira, si rosola malamente sulla graticola dell’europea conventicola.    

In Lucania, le prerogative dell’alzata di cresta mediterranea non sembrano manco essere arrivate sulla stampa untuosa delle veline di regime. Il lucano, più che affrontare la primavera araba, la guerra civile in atto in Grecia, l’indignazione spagnola, sta ad aspettare che qualcuno gli impiatti una pietosa pietanza insurrezionalista per poter uscire dall’eterna schiavitù politica in cui è stata gettata, e forse emanciparsi dallo stallo inquinante che la rende più la stalla maleodorante dei veleni e degli inquinanti delle stelle pavesate d’Europa. Il patto scellerato che prevede una Lucania sottomessa in ogni caso, forse potrebbe essere rotto o incrinato se solo invece di incruscarci come a tanti puparul’, assaggiassimo qualche piatto esotico, tipo quelli della nouvelle cousine mediterranea: i Rivoltini Primavera, croccanti, caldi e bollenti, cotti nella linfa bollente della civile quanto rabbiosa voglia di manifestare la propria incorruttibile libertà. Guardare più in là, prima di essere accecati del tutto. Pensare oltre, per non essere oltre-passati dal proprio presente inesistente, rivendicando civilmente la libertà dall’avvelenamento sociale, economico, politico, geografico. Ua volta tanto, guastare le proprie quotidianità radicate, aggiungendo un che di nuovo, quel nuovo che non deve spaventare, perchè la paura e il terrore ce l’abbiamo già sotto i nostri occhi, nelle vene. Magari, sentire dentro l’ultra-desiderio di poter guadare fiumi ora neri e tornare indietro con la memoria, a quando le acque lucane erano limpide, quando poveri eravamo poveri, ma umanamente ricchi, eppure liberi e riguadare  quei fiumi liberi da scarichi di scorie dell’industria di palazzo corrotta e vischiosa, liberi da esalazioni mefitiche dogmatico-ecclesiastiche, liberi dalla radioattività nucleare ma liberi nell’attivazione radiante atomica di istanze civili, minimamente e socialmente supportabili: sostanzialmente, la Lucania manifestamente libera dall’olocausto narcolettico di chi sta ammalando e avvelenando tutti i lucani, rendendola invivibile, espoliandoli della propria dignità di essere liberi di scegliere, abitare e sentire e far sentire i profumi sensuali e sanguigni di questa bellissima e magica terra.

Uagliuni&Uagliune…na bestemmia pe sta libertà!!

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