Novantadue, quando morivano Falcone, Borsellino e Mario Buccico: uomini indelebili nella mia memoria.

Prima che inizino i piagnistei di stato, ipocrisie e pianti lagrimosi di chi forse è figlio della mano armata che ha reso impossibile il sogno libertario, democratico e umanamente giusto dell’Italia dalle origini a alla sua costituente repubblicana, ci tengo a pubblicare due parole.

Le mie parole sono un ricordo, più o meno vero, di un anno di intontimenti generali. Muore Falcone, Muore Borsellino, Muore mio Nonno Materno, Muore la Prima Repubblica Italiana. Insomma, ricordo il ’92 come uno degli anni più nefasti  e vislumbranti della mia modesta esistenza. Ma proprio perchè semplice, desidererei che almeno fosse stato grande l’insegnamento degli uomini e delle istituzioni.

Muore Giovanni Falcone. Trucidato insieme alla moglie e alla scorta, la mafia-stato e lo stato-mafia imbottiscono di tritolo la provinciale che porta da Punta Raisi a Palermo. All’altezza di Capaci si compie il massacro per mano di boss mafiosi, una strage il cui mandante deve ancora scontare pena. Nooo, non è chi sta in carcere ora in regime di fantastico 416 /bis rinegoziato. Noooo, non sono loro i mandanti: loro  – i corleonesi – sono solo un mezzo, il peggior milieu che lo stato italiano potesse scegliere per difendere le proprie prerogative di truffatore, delinquente e stragista. E’ qui che insiste la pratica stragista che ha permesso di far nascere l’Italia a ridosso dei moti risorgimentali ed è così che si è allungata la striscia di malaffare e delinquenza fino al maggio del ’92; 150 anni di massacri e abomini, di iniquità e finto perbenismo, di diritti negati e doveri super-imposti, di stato, parastato e ipostato, mentre una popolazione che cercava di trovare i suoi punti in comune – che ancora stenta a trovare, nevvero?! – ha patito, subito, pianto ingiustizie e soffferenze in nome di un’entità superiore imposta con le armi e che con le armi continua a imprimere i suoi loghi propagandistici: da monarchia a dittatura, passando per un numero imprecisato di repubbliche (3, 4?!), consentendo patti statunitensi con la mafia siciliana, tollerandone le aberranti attività delle altre organizzazioni chiamate camorra, ‘ndrangheta  scu e basilischi. Licitando all’asta del cittadino onesto uno scambio per la sopravvivenza stessa dell’idea di libertà. Ora le armi sono diverse; non fa più notizia una strage, ma la strage silenziosa e diffusa dei suicidi per la crisi indotta è certamente più fattiva di un solo gesto ecumenico quanto solenne nella sua tragedia. Falcone era un uomo dello stato; vi lavorava dentro e aveva capito che stavano per ucciderlo; Falcone Giovanni ora è solo un ricordo; è un emblema, una stele nella mente di quanti come me, all’epoca alla soglia della maggiore età, hanno visto e toccato con mano che di stato si può morire. Le favolette a corollario le lascio a chi continua a perseverare nell’ipocrisia o, peggio, ci ha addirittura guadagnato consenso politico o lucro economico. Falcone per me non è un eroe: è L’EROE, è la persona che sono anch’io, nonostante i miei errori; è la persona che dovremmo essere tutti, normali e forti a difendere il bene di tutti. Invece, viene massimizzato da una frotta  di manichei sociali dell’ultima ora quale eroe dello stato; io credo che si offenderebbe; non l’ho conosciuto, ma credo sinceramente che si sarebbe offeso: lui lavorava per riuscire a portare a termine i suoi compiti; lui insisteva con le proprie idee, bocciate (o trombate, per citare la ammirevole Boccassini) o politicamente insabbiate. Insomma, senza conoscerlo e a vedere i suoi occhi, l’orgoglio di essere un meridionale che cercava di mettere a posto quei pezzi del sud che erano sempre – INCOMPRENSIBILMENTE – sfuggiti alla longa manu statale, ecco è lì che leggo l’uomo Giovanni Falcone; lo leggo nelle pieghe di uno sguardo vivo, furbo, ma infinitamente intenso, pronto a fare ciò per cui si era votato: la giustizia, nè più nè meno di questo. Eppure lo hanno ucciso. Anzi: lo avete ucciso, voi eredi o partecipi dei mandanti di quella strage che ancora grida una vendetta popolare quanto umana e disperata nella sua sostanza di vera voglia di verità, ora e mai più!

Cinquantasette giorni più tardi, tocca all’amico fraterno, al collega: tocca a Paolo Borsellino. Via D’Amelio è l’orrido teatro di un’altra devastante strage. E’ il secondo tassello di quella che poi è stata celebrata come la messa in opera di una trattativa tra lo STATO(!) e la/le mafie. In mezzo i livelli grigi dell’imprenditoria che ungeva gli uni e gli altri, mentre veniva devastata dall’inchiesta partita in febbraio denominata Tangentopoli. Paolo Borsellino, il suo quaderno rosso, le sue riflessioni, mentre cominciava a collegare tutto, mentre stava acquisendo materiale prezioso per iniziare a distruggere quella cultura che affondava, e continua a farlo, le proprie radici nei notabili italioti, nei loro rappresentanti politici, nel campierismo ormai urbanizzato e armato. I servizi sergreti – a quanto pare molto poco deviati, seppure molto devianti -, la magistratura pecora, la politica da par suo, e tantissimi altri hanno segnato l’epitaffio per quest’altro uomo, EROE anche lui ormai solo nel suo cammino drasticamente e indegnamente segnato da altri. Con lui muore definitivamente quello spunto di mezze verità, di pezzi asimmetrici del puzzle italico appena appena iniziati a essere messi assieme.

Mario Buccico muore anche lui nel 1992. D’estate, pochi mesi a seguire le stragi di Capaci e via D’Amelio, viene a mancare un uomo del sud, un uomo pieno di mille difetti, ma con il pregio appunto di essere un Uomo, uno che non si fermava mai. Mio nonno materno muore, ma io non c’ero; ne avevo lungamente assistito il tragico decorso della malattia; io non c’ero, e forse meglio così; io non c’ero, ma c’ero ugualmente, perchè il bene che ci siamo voluti è stato infinitamente superiore a quello che riesco a volermi oggi. Mario Buccico era una persona del Sud immerso nel Sud: era Un Lucano! benchè fosse più avanti di mille palmi dai ritardi del Sud, credeva di poter cambiare le cose, i fatti, la cultura delle persone; ed è stata questa insistenza senza freno a portarlo al blocco. Di lui conservo la libertà dentro di poter dire e fare quello che mi passa per il cervello; di lui conservo il fatto di non aver dovuto versare tangenti direttamente a Colombo per lavorare; di lui conservo il fatto che ha dovuto ammansire finanzieri della polizia tributaria e altri gabellanti statali con regalie o mazzette di ogni ordine e grado per far vivere lui, la sua famiglia, i suoi dipendenti e le loro famiglie (erano veramente molti!); di lui conservo la onorabilità di poter mandare a fare in culo anche un marchese e i suoi possedimenti a Taranto, per manifesta incapacità imprenditoriale; di lui conservo il fatto di avermi fatto scoprire e sognare il treno, la macchina, la natura, di avermi insegnato qualcosa; ecco, non saprei dire esattamente o lucidamente quello che mi ha insegnato, ma so dentro il mio animo che porto la sua follia in alto, l’orgoglio di essere non di avere, la fierezza di poter dire: c’ho provato, ma i sogni sono fatti di realtà, quella che quando ti distrai un attimo diventa un sogno e realmente dimentichi di essere vivo; di lui porto dentro l’ironia, lo scherzo e il sorriso amaro di lucano mai arreso al padrone, mai arriso alla fortuna duratura, ma pur sempre lucano dentro e mai pago di dover dire, dimostrare a sè stesso prim’ancora che agli altri il fatto di potercela fare; di lui conservo il fatto di aver cresciuto generazioni di persone, di avergli dato un mestiere, di aver insegnato loro come si è imprenditori, ma la lezione su come si è uomini quelle persone se la sono persa nella maggior parte dei casi; di lui conservo il fatto di avermi voluto bene, veramente; non capiva a un certo punto perchè volessi andare all’estero, perchè volessi suonare uno strumento musicale, perchè volessi essere altro da quello che invece avrei potuto; ho cercato di spiegarglielo, ma poi non c’è stato più tempo; il tempo, maledetto tempo; di lui conservo un ricordo che è vita oltre ogni vita e anima oltre ogni anima; di lui conservo la figura iper-paterna, mai confusa con mio padre, che ammiro e rispetto; di lui conservo il mito del nonno, mica saggio; era tutto d’un pezzo e m’ha insegnato a fregarmene delle convenzioni, benchè talvolta lui – classe 1911 – dovesse pur osservarle ste ipocrite convenzioni; di lui conservo il fatto di trovarci in mezzo a un campo, di mangiare insieme ai contadini, un pò di pane di cetrioli, pomodori appena colti, freschi profumati; di lui conservo l’idea della piantina di basilico sul balcone, della mentuccia sempre appresso: non masticava chewingum, si profumava la bocca con una mentuccia vera; di lui conservo il fatto che se gli veniva da pisciare in mezzo alla strada, si fermava e dava sfogo alla prostata: Francè, e chissenefrega!; di lui conservo il delirio delle sue incazzature, profonde, quanto bollenti, che manco i latino-americani avrebbero mai scritto nei loro libri pieni di sangue ribollente; di lui conservo il fatto che al solo ricordo dopo una cena in campagna con mio zio Rocco, abbiamo sparato alla luna, nella speranza che ci degnasse di uno sguardo; di lui conservo e non dimentico il fatto di essere sempre stato contro, sempre positivamente, per costruire altro, il nuovo, senza dimenticare mai le radici ca teneva; di lui ricordo che non erano una giacca, una coppola e un bastone a farne un signore, ma la cortesia di poter dire di no al padrone, al lascivo politico, allo stato sanguisuga oltre ogni misura plausibile e comprensibile; di lui conservo il fatto di volersi emancipare e di aiutare gli altri a farlo; di lui conservo il fatto di aver voluto conservare le lettere tra suo padre e Francesco Saverio Nitti; di lui conservo sostanzialmente il fatto di essere stato UNLUCANO di cui mi ricorderò sempre, con la voglia di affrancare sta terra dalla povertà a tutti i costi, la bruta ignoranza imposta, la scialcquata genia e l’emigrazione come unica risorsa a una riscossa  dignitosa; di lui conservo il fatto che non mi avrebbe mai lasciato andare via dalla Lucania: a costo di incaternarmi, ma la sconfitta di lasciare la terra di magia e difficoltà, natura selvaggia e alta poesia, prosa sanguigna eppure lungamente sospirata, lavoro indefesso ma mai sottomesso…no: avrebbe scritto al dio in cui non credeva pur di lasciarmi coltivare realmente una vita tutta lucana! Di lui, soprattutto, conservo il fatto di essere stato e che mai ce ne sarà uno uguale: era mio nonno, era la persona con la quale avrei voluto veramente invecchiare! E allora invecchio con la tua everest, quella scrivania mastodontica e nell’animo unlucano senza confini.

Millenovecentonovantadue: tante storie da raccontare. L’Italia s’accorge di essere per metà in galera. L’Italia uccide due grandi uomini, parenti e scorte. La Lucania non ha avuto abbastanza umanità per piangere un solo momento, sapendo di aver perso un proprio figlio: Mario Buccico, e la sua sarcastica, schizofrenica e vulcanica genialità di uomo del Sud.

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