Da FIAT a FLAT: acronimi e sigle lucane.

Scarabeo Europeo. Con il diffondersi delle lingue commerciali e con il tacito adeguamento linguistico al commonwealth di albione, l’Europa segna il passo che ne ha contraddistinto la multiformità idiomatica e culturale. Ormai è tutto un parlare per sigle (pigs, teodem, newcon, newco, neet, ceo, cfo, etc) o cercare di appiattire ogni definizione, sudando sette camicie per tradurre un omologo di oltremanica o, peggio, d’oltreoceano. Ciò che mi lascia inerme dinnanzi a questo spettacolo orripilante è che anche nella settimana enigmistica sono entrati dirompenti termini inglesi, di uso corrente o con richiami a professioni. Esprimersi in una lingua onnicomprensiva è una necessità umana dai tempi di babele; ma dalla leggendaria torre sembra che si sia generata una deriva linguistica che  – ahimè – non ha voluto neanche lontanamente sposare le teorie chomskiane, bensì vede l’attuale affermarsi di un impero e della sua cultura. Il mio dubbio è: ma se la UK non fa neanche parte dell’UE, perchè quando ci rivolgiamo ai nostri confederati europei dobbiamo esprimerci in anglofona parlata? Le risposte sono molteplici; sebbene la questione possa sembrare  leziosa o raffinatamente lontanta dalla quotidianità, il vero nodo è che mi sento prigioniero di una cultura che non è la mia. Vorrei leggere, sentire parlare e scambiare la mia lingua o una afferente; vorrei che ogni cultura mantenesse le proprie identità e non venisse cancellata come è successo per darwiniana evoluzione alle centinaia di lingue usate  dagli indios o amerindios; vorrei che prima di parlare un’altra lingua se ne imparassero la cultura e la civiltà di chi ne fa uso corrente. Invece no! Il dilagare del global sta distruggendo quanto di più prezioso ha l’uomo nelle varie culture: l’identità particolare, l’intimità domestica e specifica, ormai schiacciata dal peso del conformismo più spietato e dell’accesso alla cultura più omologato e unilaterale di tutti i tempi. Vorrei conservare le pippe linguistiche italiote e dialettali, per non dover giocare  a scarabeo con un glossemario europeo che parla solo inglese.

Avvelenamento Linguistico Lucano. I dialetti lucani sono stati oggetto di numerosi studi. Si vedano solo l’area Lausberg e le decine di frammistarsi di idiomi in un territorio che ha l’equazione oro-geografica direttamente proporzionale al numero delle parlate. Ma la Lucania non poteva rimanere a lungo nel suo dorato isolamento linguistico: l’invasione globale di internet – un toccasana sotto molti aspetti, becera e inquietante sotto molti altri – ha strusciato pure la terra dei lupi e non l’ha risparmiata dal virus dell’anglofonia e dagli americanismi. Se ti fermi in un bar non puoi chiedere un sandwich, ma ‘nu panin’; una bevanda light, per favore? che t’aggia dà? una bevanda leggera, please? ah, vulit l’acqu indà buttigl’ r’ plastic’ allour?, e così via. Adesso l’ACE lo conoscono tutti, pure nei baretti più nascosti dell’entroterra lucano e non lo si confonde più con la celebre candeggina (o no?!). Ce ne sarebbero di esempi, forse più dal carattere di leggenda metropolitana che altro. Però altrettanto sintomatici del fatto che la Resistenza lucana vige anche in questo: non voler abbandonare il proprio modo di sentire, vedere ed esprimere le cose, i sentimenti, la vita. All’impiantarsi di FIAT, molti hanno applaudito al lavoro mercificato finalmente in Lucania. Moltissimi altri, quelli dalla memoria terrona in particolare, si sono ricordati all’improvviso che FIAT è l’acronimo per fabbriaca italiana automobili torino; allora, storcendo non poco il naso, come me hanno salutato l’impianto sannicolesco come l’ennesima invasione, sopportandone l’olezzo piemontese, pur di vedere tanti corregionali impiegati e non a spasso. Questo compromesso, si sa, è durato fino al momento in cui la vera anima del mastodonte torinese ha svelato il lato oscuro: non una fortezza in cui un fantomatico liuk scaiuolcher deve sconfiggere dart vader, ma una cancrena industriale in cui l’uomo continua a non essere tale nonostante le innovazioni tecnologiche e il lavoratore stenta a poter essere poco più che una matricoletta inps. Dunque, la costellazione linguistica lucana si è arricchì anch’essa di un acronimo, come nella più pura tradizione neo-liberista, e da allora niente è più come prima. L’intrinseco sviluppo culturale quanto socio-economico è un omogeneizzarsi di tradizioni, sviluppo e integrazioni linguistiche. In Lucania, tanto per rimanere al passo coi tempi, si è passato dai consorzi a POR, GAL, PON; si è passati da industrie o imprese artigiane con nomi radicati al territorio a più altisonanti ENI, esotici FENICE, enigmatico-mitologici ENEA. Il passaggio è stato drastico quanto un acrostico bizzarro e lascia sul campo veleni e inquinanti, scorie ed epidemie zoologiche, scarti siderurgici e tumori, eternit ed asbestosi….! L’avvelenamento linguistico lucano si dota di una macabra trasformazione: da FIAT a FLAT, fabbrica lucana avvelenamento totale, perchè, compenetrati nel proprio ruolo manco recitassero monologhi al bagaglino, è a questo che si ispirano i succitati veneniferi: imprinting, discovering, outsourcing, managing, reporting, drilling, search&founding, destroying, missing, misunderstanding, unrespecting, detecting, misinforming, polluting, hiding&cancelling…e tutto uno sfagiolamento di ing form. A guisa della Marcegaglia di Sabina Guzzanti, vi direi semplicemente andate a fanculing e lasciate la Lucania campare in pacing!

UNLUCANO vi dice: UagliuNiLucaniUnitiCombatteteAdessoNonOsservate, ma soprattutto è L’UomoCheAmaNonOdia! è questo unlucano, il lucano che desidera mettere una sigla definitiva alla barbarie del profitto venenoso, un acronimo di sfida al potere politico mafioso, un simbolo di pace&unione e libertà!

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