Lucania Cantos VIII

Mi drizzo, m’appizzo sento un fischio antico, quello del cavallo di metallo, quello del mezzo di trasporto ferrato: lascio il mio mezzo e faccio un salto sul vagone, coi sedili di legno e con l’aria condizionata non in funzione, gracchia l’altoparlante alla stazione: biascica parole su un convoglio che giunge stridendo sulle rotaie arrugginite il freno.

 Prendo il treno, questo mezzo osceno, mezzo perché uno intero in lucania chi l’ha mai visto tutto? Ricordate la littorina, mitica vagonata che partiva ogni mattina, anche dai piani del mattino dove ci volevano mettere l’aeroporto un anno sì e un anno pure, passava per le ferrovie appulo-lucane a quelle calabro-lucane,  ci mancavano solo le campano-lucane, e potevamo magari suonare le campane. Le infrastrutture mi hanno insegnato si creano ma non vengono dopo il creato, voglio dire che prima bisogna progettare e poi bisogna costruire. Mi spiego meglio, visto che ho avuto un raglio d’asino nella testa, molto meglio che resetto sta svista. Le infrastrutture lucane avrebbero dovuto seguire una linea precisa, e precisamente una riga d’insieme e non una riga insieme di coca purissima non tagliata, stesa sulla carta millimetrata: qua mettiamo la stazione, qua il viadotto sulla scarpata, che poi frana e viene giù, ma che ce ne frega, tanto la rifacciamo, alla faccia di chi ci rinfaccia il piano, e progettiamo un altro piano insano: costruiamo e stendiamo strisce d’asfalto, tanto col treno non ci vanno, e poi lo cambiamo pure tra un anno. Eh no, signori miei della politica, geometri appoltronati e ingegneri ammanicati, che col genio civile ci vuole ingegno, non un genio da sfregare sulla lamapada per capire che la logistica effettivamente non è un ballo come la lambada, tagadàtagadà come sulla giostra mettete i metri cubi di cemento: ma che tormento queste colate; se siete raffreddati, prendete un fazzoletto, oppure rimanete a letto che la lucania ne guadagna e se li risparmia i vostri piani regolatori, fatti col compasso dei fratelli e col sangue dei fattori; avete estorto terra a tutti, regalando aree edificabili ai vostri amici notabili, maestri venerabili, signorotti col grembiulino e pretonzoli con la faccia da babbuino, tutti a scimmiottare sempre la solita messa, e messa la solita solfa nel piatto avete dichiarato di soppiatto che per la val d’agri ci deve passare l’oleodotto, il pertusillo inquinare a dirotto, e sulla basentana, la valle del noci, e dei fiumi tutte le foci ostruire, prima di costruire e impiantare ci vuole senno, un accenno al cervello, quello che vi aiuta quando dovete rubare, affamare e ammalare: vi chiedo per favore, andatevene almeno per quello…scempio infrastrutturale che avete combinato su tutto il suolo lucano, manco a prendere in prestito un bignamino d’italiano e fare in modo che nel vostro brodo di giuggiole e inciuci vi finisse un giro al convento delle clarisse, per pregare voi che credete, cattolici esagerati, dal vescovo votati, di avere un barlume di speranza, che tutto questo non ci facesse venire un male di panza, girando intorno alla regione, stanza di note e strofe, scrofe ignote, righe e litote, iperbole anche quelle sulla vostra pelle, perché non si può portare avanti una terra come la lucania senza treni, e con tutti sti veleni. Penso proprio che non avete mai voluto collegamenti: i signori benpensanti devono stare sereni mentre progettano i veleni, mica turisti e stranieri  a visitare i luoghi, fare gite ai laghi: loro li devono avvelenare mica potete stare a guardare, nei musei entrare, e foto scattare! Mi vien da ridere, ma dovrei piangere, ancor di più di quanto non ho fatto, per appurare i fatti, come ha fatto bolognetti sulle malattie e i tumori che ci infilzate maledetti, costringendoci nei letti, facendoci sentire reietti, perché noi malati nulla possiamo contro di voi: maiale italiano, maiale nostrano! Che mangia e beve di tutto e tutto ti fa bere: l’importante è garantirgli la poltrona su cui sedere. Appoggi malconci vi garantisco, e ve lo ripeto come fossi un disco, rotto come la mia salute, eccì: salute, starnutisco sissi, principessa austriaca, vittima di una saga demonianca, vi farei lavare la faccia con l’ammoniaca, per nettare tutto il dolore derivato dai vostri piani regolatori, dai vostri progetti sui tumori, ospedali d’eccellenze, leucemie e diabete mellito uno: il prodotto interno lordo della basilicata venga misurato sullo stato di salute della gente ammalata: e poi il video postato su youtube, non tutti come gli scemi a dire italia uno! È lì che cadrà ogni velo e finirà la vostra manna dal cielo, ce lo manda uno, numero primo, primario imposto, raccomandato per quel posto, subito ha risposto, che bello lo prendo tosto e no ce lo prendiamo nel tubo, di una flebo: vai a controllare gli infermieri assunti per scambio di voto, che ti infilano se il medicinale è quello scaduto, derivato da appalti per le onlus, per le missioni umanitarie, con le aziende che fanno affari con le protesi ortopediche, chirurghi che scambiano un gomito per un ginocchio e ginecologi che fanno il gioco sporco, e sporcano come il vomito: sanno tutti gli affari con le farmacie e le bugie di milioni investiti e di ricettine sotto banco, il banco vince si sa: è la asl del gioco d’azzardo!, lo dichiara pure vendola, sembra  una  pendola a  suonare stonate note:  ormai è troppo tardi per dichiarazioni pentite e per la tua litania catto-comunista: è tutta roba già vista – che la sanità è un casinò, ma un casino avete fatto alle spalle del malato un dato di fatto per i vostri accordi, disaccordi sulle carriere di primari e direttore le poltrone vere, pelle, su cui si accomodano ogni mattina: pare un esercito di barbieri in vetrina, pronti con il rasoio a rifilarti la faccia, a sgarrarti la pancia col bisturi, fare diecimila parti cesarei, appendiciti a pagamento e magari lasciarci le pinze dentro, le garze oppure diagnosticarti liste d’attese lunghe un anno o subito spedirti nelle cliniche private degli amici e come i mici fanno le fusa, fondono come sottilette pubblico e privato: questa è la sanità di stato! Quo vadis, la wandissima te la suona come la banda osiris: e tutto allo sbando e la finanza che indaga a telecomando,così come ha detto il direttore dell’agenzia dell’entrate degli italiani ora libere hanno le mani, suonano ingiunzioni canzoni mitiche che manco gli intilli mani, un pezzo di carta suonando, una carta della procura mostrando- te lo raccomando il dottore: ti visita che è un piacere, manco ti guarda in faccia, la faccia ti gira, per scrivere le ricette e mandarti in farmacia, a registrare un altro illecito e ti sollecito a ripetere il ciclo di chemio, passa dall’oncologico: è tutto chiaro, no?! È un pensiero logico. Magneto, radar e fisio terapia, insulina, antibiotici e farmaci a tutto tondo; le aziende farmaceutiche hanno inquinato il mondo, imbottito ogni persona di un sollievo che poteva costare zero: è vero alcuni farmaci te li passa la cosiddetta mutua, ci mancherebbe che sono malato patologico e non è colpa tua; ma quanto ci costa dover importare da pochi produttori nel mondo farmaci salvavita che poi vai a vedere di cosa sono fatti, se è vero che dentro c’è quello che dichiarate nella bugia o è solo una bugia nel bugiardino un impasto fatto giocando i dadi o la palla al biliardino, da chi sono prodotti, magari in quello che adesso è il quarto mondo, nei sobborghi di nuova delhi o di qualche città cinese dimenticata, il farmaco e la sua ricerca in mano alle lobby americane, svizzere e italiane ad aziende che fanno profitto sulla pelle degli esseri umani, sconvolgendone il diritto. Ma la scienza deve andare avanti, deve progredire, benchè al sistema si deve piegare: dopo anni hanno fatto in modo che per la sclerosi un medico a bologna applicasse la sua terapia che non prevedeva nessuno farmaco esentasse, solo un by-pass, una via d’accesso alla guarigione. anche la farmacopea, come la farmacia è una soluzione capitalistica: vendete la vita, e della vita rovinate le speranze, tante volte vi prodigate, ma solo per i soldi lo fate. È proprio sto sistema deve cambiare, instaurare una ricerca che sul profitto non si fondi e che le barriere della logica contemporanea sfondi, evitando di mandare l’informatore scientifico in giro, tutto in tiro,  a vendere il miglior ritrovato della scienza medica e rifocillare del medico il conto in banca, per inciuci con l’azienda che li produce, mette in vendita il blister nuovo ritrovato, ma che non porta assolutamente sollievo al malato: solo un bel conto salato. Anche qui mi preme ricordare che di tutta l’erba un fascio non voglio fare, ma sfasciare tutto quello che non va, perché statisticamente i medici così si comportano, non perché liberi di professare la professione, se non imbrigliati dal sistema a sporcare la professione: così funziona il sistema e allora sistema sta medicina che in farmacia la vedano bene in vetrina, che il mio amico radiologo prenda la macchina all’ultimo grido e silenziate il grido del malato operato al dito, aveva bisogno solo di un po’ di cura, di una mistura,  una panacea, non di aiutarti a prender soldi per la tua vacanza a panarea. Isola delle eolie, eolica come l’olio del petrolio che vola di stato in stato attraversando lo stretto su cui hanno progettato di costruire quel famoso ponte, allitterazione ingegneristica di una puttanata futuristica, in una zona sismica, dove scilla e cariddi fanno gorghi e creano scompiglio al naviglio che vi passa dentro, lo tratteggia con le sue correnti: ma chi son i contendenti dell’italico progetto. Ah già impregilo e i suoi appalti a getto, ovunque quest’impresa si accaparra tutto, e la caparra del subappalto lascia come le briciole, premettendo che la mala come pollicino le raccolga, prima che il sentiero sia finito, prima che la strada sia inaugurata, prima che l’infrastruttura dalla procura  sia fermata. Come l’autobus nelle metropoli o gli scavi della terza corsia della metrò-polis, città fantastica, disegnata da un genio e magari dal genio di fritz lang l’avessero presa, l’idea di fare impresa e di scavare mezza roma, dove mezzaroma ha scavato, costruito il regno dei palazzinari, ora devono cercare il tunnel C della metro, sul giornale metro, fermarsi e fare la spesa  al metro: i romani vivono un tanto al metro e col metro in mano vendono case che valgono diecimila al metro-quadrato, opera a sé stante, come la nuvola dell’architetto farneticante, che ha progettato un’enorme scatola, invece di applicarsi sulle infrastrutture esistenti, tipo scuole dai tetti cadenti e promuovere  l’edilizia sostenibile ci sta lasciato questa  nefandezza inguardabile, incurabile come il male della capitale che è quello di dare lavoro a un sacco di imprese del cemento, sembra che abbiano dimenticato il sacco ricevuto dal lanzichenecco, da cui imparare della  propria città ad avere cura, non solo avere all’angolo il grattachecco e il chioschetto, ma pure evitare l’imbarbarimento di una città che da secoli dura e ospita tanti palazzi ed edifici: memento mori, e strage d’innocenti, come per il sequestro più incredibile di tutti i tempi: aldo moro! Ministeri implicati, nessuno li ha mai incolpati, addirittura hanno lascito che molti impuniti, come i militari che continuano a spendere soldi per aeroplani a jet  effe35, ce ne servono circa ottanta, per far la guerra santa, santa mercè a cui dovreste votarvi, perché delle guerre  siamo stanchi; prelevate militari coscritti, perché senza lavoro nei loro paesini al sud, sono quasi tutti meridionali quelli che muoiono, e su: ve lo siete chiesto se è ancora il momento di dare sangue meridionale è giusto questo? Invece di creare fatti positivi, lavori e appalti di malavitosi privi, lasciare che i giovani al sud, meridionali nel sangue, diventino briganti ed emigranti, voi permettete che si spendano e spandano soldi pubblici per il carrarmato col dorato cingolato, il mitra dalla mira fatata, il jet con la bomba con tot megaton: e poi rompete col bon ton nelle caserme, piene di gente che marcia  a ritmo impazzito di un sergente impettito, col tenente arrapato: ora che ci sono le donne è tutto un altro spasso; cambio passo, presentat’arm, dietrofront, che navi le portaerei sul waterfront, del porto aspettando di salpare con la ciurma in rivista, e la rivista porno nella divisa: coatti costretti alla guerra, perché non c’è troppo lavoro nella vostra terra. Ci arrendiamo e sotto le armi dell’italia ci arruoliamo, sotto la bandiera e con l’inno nostrano, invadiamo i paesi stranieri: uccidiamo l’afghano, l’iraqeno, il somalo e l’africano, e  l’iraniano minacciamo; tanto solo con i deboli se la piglia lo stato italiano: perché non osate mandare a quel paese gli usa, la francia, la russia, uk, l’india e la cina al loro paese, visto che è per il vostro globalismo che paghiamo le spese. Inculcate xenofobia: sono per l’abbattimento di ogni frontiera, purchè lasciate libera la lucania mia! Quante spese militari, affari d’armi con gli israeliani: quanto sono bravi gli italiani. Siamo peacekeepers in ogni luogo, sotto la bandiera tricolore della pace campeggia il logo, ma impiantate campeggi di tende al cui interno ci sono le brande di corpi speciali, di ufficiali con occhiali speciali pronti a far macello dello straniero: attenti all’italia con un colpo vi stende. E poi ci riportiamo a casa i cadaveri di quei ragazzi morti in battaglia, periti dai colpi di una mitraglia: ditelo chiaro alla gente, chi pensa che portiamo pace si sbaglia! E sbagliamo noi a darvi i soldi per fare tutto questo, perché una persona qualunque, unlucano ve  lo dice, che i soldi per combattere la fame e le malattie servono, adoperandoci tutti per il bene comune e al comune togliere il potere del politico, evitare che a roma vi sia un apparato militare, che tutte le mine faccia saltare, trasformando lo stato d’assedio in una parata pacifista, non una manifestazione sciovinista, machista, maschilista, sessista, gay parade, omofobi che non siete altro, lasciate la libertà all’individuo di scegliere la sua vita e non  scegliete per lui il sesso da amare o la confessione da professare, vite da salassare, malvessare: cento flessioni devi fare per punizione, stai in consegna, non avrai altra occasione per rigare dritto ed essere promosso al grado superiore, fermati e mangiati sta razione, rancio rancido che passione: vai a pulire i cessi della stazione. Ferroviaria, rete ferrata varia, adiacente a laghi, fiumi e mari,  passando con il treno li puoi vedere sempre più spenti e desolatamente scuri, pieni delle nostre paure, delle scorie radioattive, ricolmi degli scarichi delle industrie: non li denunciano le rotative. Rotaie sempre più malmesse in lucania, corrono i treni su binari in pendenza: vedi delle montagne la  trasparenza, tanto ci passi vicino e col muso annusi il profumo delle piante, che ti pianti col naso sul finestrino, non proprio pulito, anzi, banzi, e tanti altri piccoli comuni lucani: per raggiungerli col treno devi prendere un altro mezzo, non sono gli autobus a due piani, ma un piano di corriera, corri di gran carriera a prendere il famoso postale, pullman di solito blu sostitutivo, perché il treno in lucania è quasi un divo. Non lo vedi quasi mai sferragliare libero verso la sua nuova avventura, di stazione in stazione devi solo prenotare un posto sul postale locale posto statale per uno stato senza infrastrutture e la lucania ha depauperato, di mezzi e mezzi interi sono i sentieri ancora battuti dai treni: perché è meglio che investano sui veleni, non sui treni, per inquinare meno, per far spostare la gente senza che la macchina deve prendere per fare su e giù per tutti i colli e incolli l’assicurazione sul parabrezza, del bollo sempre paghi la tassa: un’altra industria questa, che sovrattassa il cittadino, che non sa più dove mettere  la testa. E poi ztl, zone pedonali, messe e dismesse, organizzate come al sindaco pare, senza un perché vero se di macchine continuano a circolare e troppe ne vendono invece di fare una funicolare, per superare pendenze e montagne, ma rca, ina, sai e generali con chi farebbero affari senza incidenti stradali? Aumenta la franchigia, bonus-malus e pigia che ti pigia, come l’uva nel tino spremuta, la gente sta in macchina seduta, una ogni persona, quattro ruote o due non fa differenza alcuna, ne è piena pure  la laguna veneta, passando per tutti gli appennini, non si capisce la ragione di tutta st’invasione, quando sarebbe molto più comodo muoversi con mezzo pubblico, intensificarne l’usufrutto, migliorarne il costrutto senza  classi, prima seconda o terza: togliete le marce  e correte  liberi anche in bicicletta, dove è possibile è chiaro: ma perché quando costruire le strade e i rioni non pensate a bicicli e pedoni? Solo ora sembra che qualcuno corra ai ripari, facendo obbrobri, solo corsie dispari, tiriamoci il pari: giochiamocela a morra la strada e vediamo se a  piedi riesci a fartela  st’erta, si inerpica per le montagne, ma almeno le valli lasciamole in mano a chi c’ha le due ruote con lo shimano! A dirla tutta, la lucania potrebbe essere costruita con un po’ di senno, due strade ferrate in più e un po’ di mulattiere in meno; franano ai fianchi dei pendii, tremano coi terremoti le pendici, svuotano il territorio delle proprie radici, nel cemento cantano roots romano col reggae scacciano lo stressma lo stess(o) mi preoccupo di vedere dal finestrino lo spartitraffico, del traffico di macchine, moto e droga è il corrimano: lo sappiamo tutti che in treno è più facile controllare gli illeciti, allora lasciamoli liberi di spacciare veleni: mi sono chiesto quanto ci guadagna lo stato col contrabbando, questo è un vero nodo, snodo lucano compresso tra altre regioni che viaggiano sullo spaccio, dispaccio d’agenzia, della droga è il crocevia. Salvata da tutti è la storia della droga, perché ci vuole veramente poco a mettere a posto sto traffico, non un semaforo rosso, ma far pagare le tasse all’ingrosso! Di beni e di merci, i treni potrebbero scambiare veloci, far correre le locomotive e portare i carichi di persone vive, evitare che le persone vivano con l’ansia di un incidente, di un incrocio affrontato male, come una parola incrociata verticale e poi sull’asfalto rimanere orizzontale. Un vero rebus cifrato, acrostico palindromo e sciarade sono diventate le autostrade, superstrade fucina di gente che fa tutto in macchina, manca solo che cucina, smucina nel bagagliaio, quasi sempre pieno di tante cose  che non servono a niente, riempiono sti contenitori e poi sbagliano e di notte corrono a luci spente. Ma sai che goduria viaggiare seduti senza avere troppi problemi, rispettare lo stop, produrre e far respirare  veleni. Eur5, l’ultima frontiera, limite d’inquinamento perché l’industria dell’automobile ne tragga giovamento e l’assicurazione gioisca: aiutiamoci e muoviamoci affinchè tutto questo finisca! Prendendo il treno, viaggiando a piedi in città, usando la bici e creando scompigli ai sindaci che ci diano il treno che ci porti in valdiano o che la smettano di darci la littorina per il foggiano, o ancora nel terzo millennio matera senza trait d’union al resto della regione: sono anni e mica ne ho capito la ragione! collegandoci bene a tutti i comuni lucani, facciamo in modo che il treno sia dei lucani il mezzo di trasporto preferito, un vero cavallo di ferro ad acqua e vapore, senza diesel e carbone nei tender, né elettricità a tender trappole inquinanti, che ri-diventi il mezzo di trasporto dei tanti, di tutti e non rimanga solo dei lucani un mito. Non un passo indietro dell’invenzione e della civiltà, ma un nuovo ritrovato moderno , un progetto sul quaderno di ingegneri e meccanici,a sganciarci dai respingenti di chi ci dice che è con solo gli idrocarburi che ti puoi trasferire, mentre sappiamo tutti bene che l’invenzione della locomozione partiva con la forza del vapore, dato dal’acqua il bollore: allora con tutto sto popò di menti brillanti, muoviamoci e muovetevi a cambiare i motori trainanti, sulle strade ferrate ma pure sulle strade d’asfalto ammantate, che c’è necessità immediata di un nuovo modo di concepire le strutture, le infrastrutture esistenti, il movimento delle merci e delle genti, per rendere la vita meno pesante, per lasciarci la lucania senza inquinante!..e magari tornare a usare il mulo per il breve trasporto da masseria al frantoio, facendoci una passeggiata: no che non m’annoio o prendere un cavallo per una passeggiata sulla spiaggia ormai piena di muggine, senza produrre una tonnellata di fuliggine, lasciando che la natura viva e respiri dei suoi elementi, e che la gente lucana alimenti i suoi fomenti di libertà e di indipendenza, da tutto quanto sta imprimendo sofferenza!

Guardo fuori è arrivata l’ora di fermarmi di nuovo e scendere che mi sento sbattuto come un uovo, tra scartamenti e frenate, salite e discese, strade appese a un filo, m’infilo verso la scaletta che la stazione mi aspetta, per inglobarmi nei suoi deserti delle lucane sale d’aspetto, i vuoti delle stazioni che non t’aspetti, ti siedi e ti chiedi: ma perché il mondo gira all’incontrario va, come il treno del desiderio, mi giro intorno come allo sferisterio, giroscopio, e individuo del bar l’entrata , il caffè aromatico d’annata, speriamo che non sia un’altra giornata dannata, d’inferno all’interno di un luogo sperso tra le montagne, dove sento le trivelle che rimbalzano in lontananza, e i soliti crampi alla panza, sostanza solforata  che inquina la nostra giornata: prendo la decisione, esco dalla stazione, infoco una bici lasciata lì senza intenzione, da un vecchietto che era in sala d’aspetto, gliela noleggio: ma no gliela presto, la prenda pure senza preoccuparsi, tanto mi passo la giornata al tressette e a farmi quattro passi tra  i vicoli a smaltire il pranzo di bontà lucane, respirando la brezza e la freschezza montane.

La bici è un po’ vissuta, come il proprietario ne ha visto di terra battuta, polverosa e dura, ricomincio st’erta  avventura: m’aspetta una bella salita, tanto per cambiare, per arrivare al castello, che domina del parco grancia il belvedere, arriverò con il fiatone, ma del fiatone rimarrò senza, alla vista dello spettacolo applaudito, dove regna crocco e la sua vita da bandito!

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