Lucania Cantos VI

… gambe in spalla enea, anchise ed ascanio, giunsero sull’italico litorale a fondare il futuro impero romano: mica sapevano che il litorale italico avrebbe ospitato di hollywood l’uranio. prima a decretare, legiferare, nascere come è buon uso sul cattivo esempio del sorpruso, abuso dei due gemelli, fratelli coltelli, romolo e remo, ramo di abele e caino: ma perché non sedare gli animi davanti a un quarto di vino? Vidi, vici: è un paese dalle belle cornici, pieno di pendici, ma anche di grandi artifici, come le costruzioni su sismici terreni, in bilico come le odierne obbligazioni, statali impegni di denaro per un rinfresco senza acque minerali, ma di minerali oli un sostegno, pegno che provoca sdegno, ritegno: dov’è finito l’atavico contegno? O siamo tutti figli di quel cavallo di legno, inganno di ulisse, ingegno ellenico – shock galvanico che fa vibrare le mantisse, e del gatto le vibrisse: qui da sempre è caccia al topo-ragno, uomo- spider, alfa-romeo-giulietta, corri al sud e incontri città paesi e villaggi; allora ti spiaggi, ti fermi e soffermi a guardare com’è bella sta casetta fatta coi soldi pubblici, dal pubblico sponsorizzata, e con le tangenti del terremoto l’hai lottizzata, st’area pronta a essere cementata, costruita, edificata, lanciata: sì, in aria come una cazzata, mazzata sulle pietre angolari, testimoni del fratello massone e compari, al bar ordini un campari rosso per brindare al piano regolatore avuto col favore del senatore amico dell’assessore nipote del monsignore, che esultano in pubblico e del pubblico esultano per i soldi:….ma allora i soldi non servivano per le infrastrutture pubbliche, permettete che sta gente incuta paure bibliche !  E ci lasciate i bilanci magri, e magri come gli ammanchi, della terra e dei suoi calanchi, paesaggi lunari: li vedi e poi scompari, dietro le collinette, creazioni naturali quasi perfette, argentate dai riverberi della luna ammantate, scivolano ai miei fianchi, piccoli sbalanchi: mi fermo, li osservo: mai una volta che mi stanchi! Richiudo il giubbotto sui fianchi, smanetto tutto a palla, e con l’ansia in spalla rotolo verso la valle dell’agri….

dell’eva gira il pomo, gira la leva col pomo: parcheggio un momento e mi fermo sull’acciottolato…Agri fiume incantato, ora fiume incartato: tutti sanno del suo idrogeno solforato, delle sue meraviglie, dei campi che ha irrigato, e del prodotto derivato, non è il pil del paese, se non l’easy-peel dei paesi, stappati come una lattina, e sta diventando tutto una latrina, quella che una volta era valle da vetrina, esposta e fotografata da essere sempre una cartolina. Hanno invaso la valle, launica in lucania, anagramma di una zona che sembra una marca, ma l’uomo marca, sembra un terzino che gioca a pallone: l’unico pseudo-sport che unisce sta specie di nazione?!, o come il cavallo che trotta con attaccato il fantino, dietro seduto sul suo sulky, guida come un ossesso, beve vino e lascia i succhi, di frutta cresciuta sugli alberi, di questa valle inondata dai tubi, di petrolio condotte, di morte e svilimento e di vite rotte. Le mele, quelle le coglievi, erano buone, rossastre e rotonde, come il loro profumo che vita effonde, profonde-(eva), prima donna,  il pomo raccolse e la maledizione biblica la colse, condannando anche adamo e tutto il genere umano, tutti e due tentati dalla stirpe della serpe che striscia sul ramo, d’azienda petrolifera archetipo, avvelenando della storia il prototipo, stampando la genesi biblica alla fotolitotipo-grafia, disegno divino, di segno opposto: per riscaldarsi non avevamo bisogno di sto girarrosto, ai cui spiedi arroventati hanno appeso la val d’agri, valle dell’eden: datemi la mira e sparerò sugli avvelenatori come gighen! Golden, mela renetta, della valle la reginetta, era una favola come cenerentola e la sua scarpetta, prima che arrivasse il trentino a farne incetta, a raccoglierle con l’accetta, caricando tutto sugli autotreni, bollandole del marchio di un’altra valle, quella di non, ma la gente non accetta, rigetta il nuovo profitto, la nuova idea: perché non facciamo della valle una ragnatela, come medea, intrighi di palazzo e d’incantesimi l’imbarazzo, per giasone e il suo vello tutta la valle ti trivello, i tubi si duplicano, replicano, i nervi di questo organismo, che attraversa paterno, tramutola e viggiano: non è ottimismo, e nemmeno un atto di eroismo, perché la gente c’ha fame, e allora ci crede alle nuove prospettive che arrivano dalle rotative, le legge, elegge la legge che fa della valle una terraferma piena di falle, di buchi e pertusi, fino a inquinare la diga del pertusi(llo), magico scambio di favori: un po’ di inquinamento e molti onori, oneri delle persone che ho conosciuto, di una campagna ricca e verde, di un portafoglio sempre al verde: ma fa niente, non viviamo solo per gli spiccioli!, a raccogliere le zucchine, a mettere nelle cassette il raccolto di fagioli, a caricarsi l’orgoglio del lavoro, sudato e ripagato, con un sorriso, con una pacca sulle spalle: ma che ricordo d’estate spensierata è la valle. Percorsa in lungo e in largo, da tramutola, a marsico, vetere e nuovo, fino alla terra di castro nuovo, ritorno e mi fermo a paterno, villa d’agri, teggiano, viggiano e sarconi: ma dove sono gli uomini, veri, neri come il prodotto della terra, quella che s’arrivolta e si ribella, quella che ora scambierebbe l’inferno con una foto d’interno: ma di che sa adesso il pecorino di moliterno? Buono, canestrato, e impagliato, lo mangi tutto d’un fiato, oppure l’accompagni alla cicoria, ai beni dei campi: ma dove campi? Ora la valle è un pozzo senza fondo, e il fondo puzza di sto pezzo di terra e il cuore mi spezza, ingrassato dagli olii, che non sono la spremitura a freddo dell’oliva, ma il fossile freddo che inquina  la polla sorgiva.  Le feste, i balli e le sagre: ora le podoliche sono più magre: non hanno più campi per il pascolo, mangiano dove possono, mungono quello che riescono, respirano l’unto del veleno che dalla trivella e dal pozzo fuoriescono. Mi fermo sulla riva del fiume e mi guardo intorno: non riconosco neanche più un metro della valle che un tempo mi regalava sole, cibo e sorrisi, allora esco pazzo come michelangelo merisi-caravaggio, mi faccio coraggio e rimonto in sella, chiudo gli occhi e immagino che tutto ritorni come era prima, come la fotografia che ho nel cuore e in testa: rivedo tutta la valle in festa, dopo il duro lavoro nei campi, nei frutteti, negli uliveti: si scambiano sorrisi sinceri, sono uomini e donne fieri, che coltivano i propri averi, i propri lavori, i propri amori, all’ombra delle montagne lontane, e i pozzi non ungono più come fontane. Mi ripeto come un mantra che utopia è la lucania mia, sì solo un bel ricordo a far da cornice a sto casino e m’affaccio alla finestra del ricordo, mi siedo sul bordo, e ripenso al fatto che sono assente da pochi anni  e non riesco a vivere senza, non riesco neppure a pensare senza, forse non riesco neanche a essere senza: la lucania, senza l’odore di quella terra tra le mani, delle erte, degli irti, dei popoli e dei suoi miti: è una magia quella che ho dentro e lo devo senz’altro al luogo che mi ha cresciutopasciutoeammalato, ma non piegato, e mò me so arrvotato, perché per quello che mi rimane, rivoglio la lucania libera, rivoglio gli animali, i luoghi e le genti sane!, perché il sentire è vero, l’animo duro, puro, fumante come un sigaro, di foglie arrotolate, come cartine geografiche ridisegnate, da gente sprezzante, ma che ha un prezzo evidente, sul petto porta avanti la scritta: banda bassotti, petrolieri, politici e corrotti! Da chiudervi la bocca coi cerotti, per evitare che altri torti perpetriate, agli abitanti di una valle dimenticata l’epitaffio allunghiate: bisognerà usare le cinghiate, vergate, scudisciate, per farvi sentire le cicatrici che lasciate, sulla terra, sulle persone: state solo causando magone, vagone di un treno che non si ferma, ma da tempo è fermo perché non esiste realmente, è quello della gente che non tiene niente, da perdere e un paradiso da riconquistare, per la pace, l’amore e un presente migliore! Darsi per vinti, mai: avvelenatore, attento a unlucano stai, lo sai che non bisogna più procurare dolore, se non tornare a respirare l’antico ardore, di questi posti, di queste genti che sono storie uniche, irripetibili e magiche: dono immateriale, concretamente liriche, infinitamente lucaniche!

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