Lucania Cantos III

Risalgo la corrente come facevano i turchi anticamente….

Mamma li turchi, mamma li turchi, gridavano le genti con i figli in braccio e la rabbia tra i denti. Scappavano, fuggivano, mentre il loro capo stava assettato sop a nu divano, ottomano d’antan, saraceno d’atella, il turco la morte ti scodella, le cuoia ti sbudella. Era la paura antica, remota dello straniero che giungeva a bordo dei suoi natanti e risaliva la foce del basento: verità o no, a putenza l’amm semb fatta u contrario, scendendo verso lo jonio: ma perché la storia scrive della vittoria e non impara dalla sconfitta e lascia il resto in soffitta? Miti, leggende, storie scritte oppure raccontate per via orale, t’infilano le parole con suono nasale, un lamento, tipico del sud a ricordarti quedd ca non si cchiù! Una sfilata che dura una giornata, s’inerpica per le vie del centro festose e rissose, piene di gente che cammina sempre controcorrente, non vede, non sente dentro di sé il vero significato di tutto quanto è stato organizzato per rimembrar i fasti del passato. Allora mi sono chiesto quanto fosse onesto dire che forse tutto sto gran pavese non è altro una sagra di paese, dove vedi tante bancarelle piene di caramelle, torroncini e zucchero filato, e mangi così tanto che rimani senza fiato, accalcato in mezzo alla folla, che continua a gridare “ Al turco, al turco” e scorre la ricostruzione dell’evento che sembra quasi di essere in convento a farci catechizzare sulle orme della storia locale. Un momento di festa per l’intera comunità che si muove ossessionata fino a raggiungere dello stadio la scalinata, dove si svolge una specie di giostra contro u sarracin: ma poi come lo spieghi al bambino che forse avremmo imparato qualcosa di più grande se al turco avessimo lasciato un momento per pensare, che forse da solo se ne sarebbe voluto scappare, da una terra che tutto rifiuta, da una terra in cui tutto è un rifiuto. Eppure l’elogio degli stranieri lo facciamo volentieri, c’inchiniamo ai suoi pensieri, quando arriva in città a putenz, ca poi jè sol a città dell’apparenz, dove tutto sembra vero, ma del vero è il suo contrario, dove vedi la cacciata dei turchi, ma alla fine sono loro che se ne sono andati: erano troppo poco interessanti i nostri antenati. Ripenso ai fasti di tursi, della rabatan, di tricarico e di una delle civiltà che ci hanno soggiogato, eppur qualcosa ci hanno regalato, mentre noi siamo qui a far festa in onore di un patrono con tre dita alzate, santo seduto su un trono che campeggia in una  piazza chiamata del sedile, a me sembra solo un’eco senile, un ricordo sfocato di quello che raccontano sia stato un tempo dorato. Ebbene, San Gerardo il Protettore di potenza il generale, gnadd pigla nu mal a chi nun l’hann rispettà, cantiamo da quando siamo bambini e neanche ci spiegano quanto siamo cretini a inneggiare a una figura di persona che scaccia il male per  farne altro dal suo altare. Potenza del santo, santo di potenza, equazione cattolica in una città dove ci sono più chiese ca cristiani, dogmatizzati a dovere, non ci è rimasto neanche un podere da coltivare e diamo ai suoi figli la parola del vescovo, arroccato nella sua sede, mentre sul marmo gerardo siede, dalla maiella venuto fin qui a liberare il potentino dal saraceno invasore: non un santo, un eroe?  E mentre nessuno si interroga perché i segreti della chiesa potentina umiliano la cittadinanza, la folla si raccoglie come in una paranza, attorno al protettore e lo inneggia in una tarantella, intitolato al maiella, al salvatore delle genti, al patrono dei potenti. Il saraceno sconfitto, gira e tira dritto, verso altri lidi meno scorbutici, ripiegando le vestigia in valigia e lasciando la fama di esseri erotici. Una canzone dice che è u chiù bell e tutt i femmn fa nnamurà: ma allora era solo gelosia quella degli abitanti della terra mia? O forse era troppo bello vivere liberi, nel benessere e avere anche un bordello? Sacrilegio, a cui doveva pose rimedio il santo usando il dito medio, ma troppo orrida era la figura, allora altre due dita aggiunsero alla statua per paura che si diffondesse tra le persone la ragione, veduta dall’alto del centro di potenza e prendesse coscienza della propria ignoranza. Passato il santo, finita la festa, questa è l’usanza: cosa rimane sul pavè di potenza? Noccioline, palloncini e stecchi di zucchero filato, tutti come un gregge a casa di filato a dormire e non sentire dentro la tensione del passato che scacciamo a ogni stagione, per ricordarci quanto siamo stati bravi a fare i bravi e poi ad accettare supinamente, di napoli il borbone e del piemonte il savoia, che scesero in città e le proprie leggi imposero come una mannaia.

San Gerardo prutettor , d Putenza generale, gn’hann piglià nu male a chi nun l’hann rispettà

San Gerardo cunfessor dicc veramend chi si stat e quand amici e parend t’hann vutato

Quann poi hann capit ca era megl la DC, governare e sperperare, al proprio santo ti devi votare

E il vescovo ti da una mano, una risorsa che neanche il metano

Infine ropp ann e ann di clientelismo: san gerardo svegliali da stu cretinismo,

fagn capì na vota pe tutt can nun z tratt r religione, ma solo di favori, tangenti e r avè na posizione

al lavoro o alla region, s’hann sendì li patron, in casa loro e pure in casa d l’autri putentini

sta gend va acchiann sule imposizion, prestigio e poter politico, da sparte preferibilmente con il nemico

per fare propr na combriccola, e gn’hann ridotta ca mang a casamicciola

cu i sord du terramot, s’hann magnatt tutt cos, e bucaletto ancor là staie, ca sembra nu pollaio in da l’aia

 i soliti s’hann fatt ricc, e tutti gl’autri hann lasciat inda l’impicc, ca ancora oggi

caro sand gerard semb la storia du gattopard, tutti conniventi e smaliziati deliziano dei poveri nullatenenti

li svestn, li opprimono: ma addu si gerà? Me rcian da criatur, nun esagerà gerà, e allur  je me staciv quiet, ma mò m squiet, pecchè oltre c avers fatt li cazz loro, vann acchiann sord da u pertolio, e la stann inguacchiann sta terr ca mang u terramot ha fatto tand dann

allora gerardo santo della maiella, ti pare normale che dobbiamo prendere in mano la rivoltella

e andare in giro come briganti a riprenderci la terra: mi ca siamo santi!..quindi jettamm na bestemmia pe sta libertà!

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