Lucania Cantos II

Scorre l’asfalto della basentana, scura come la notte lucana

S’incanala tra le montagne, scende e sale, segue il maestrale, vento di frontiera, quieta terra straniera!

Sembra tutto sospeso, surreale, quasi un paesaggio lunare, nel silenzio immerso, eppure c’è un suono

Quello dei miei pensieri, intensi e limpidi, mi dirigo verso il mare Jonio e i suoi lidi

Passo attraverso la luna che domina le dolomiti, le illumina e le rende meno miti, mi pare di vedere i lupi, che si aggirano, silenziosi eppur tanto minacciosi, come i lucani cupi: sono loro i dominatori della mia terra e dei luoghi boscosi, di quel groviglio che in un tempo poco lontano ha portato tanto scompiglio, scampo dal padrone, dc/pd/borbone o savoia, è la storia che da noia, parla dei vincitori, delle loro prerogative, ma non da mai la verità alle rotative, di stampa della gente che ha lottato non se ne vede, eppure c’è chi ci crede, alle loro ispirazioni di ideali e non è certo come la bevanda che ti mette le ali, e allora grido come faceva leali – fausto e m’inerpico per raggiungere un fusto, di quercia, senza mai ingranare la retromarcia-acqua che scorre nel letto del basento, fiume lento, e sento sulla pelle il freddo di questi luoghi, brezza di aghi, l’aria di montagna, ma il mio gusto non ci guadagna niente, perché in lontananza vedo un fusto, e non è di un albero della cuccagna, come le feste del maggio, dove tutto il paese corre all’arrembaggio e si misura con la gravità, l’abilità di una forza goliardica, cerimoniosa e remota, niente che ci faccia credere di essere in terra italiota, semmai sento l’ardore di appartenere a una terra di confine tra il mare nostrum e la marca papale – te lo dice lino “papele-papele” noi ci bagnavamo nel sele, i confini di terra lucana sono solo storia, inutile farne una boria, adesso è diventata basilicata e bisogna industriarsi per non ricadere come la pasta calata – nell’acqua bollente e farsi lessare la testa dal potente, di turno, il politico, oppressore antico, moderno, mica è un tema che scrivo sul quaderno, come alle scuole elementari: t’immaginavi di dover studiare il vasari, e le critiche, della ragion pure, della region tua, della legion-d’onore, onere e orrore sparso tra i paesi arroccati lassù, mentre la vita si sospende e poi ti riprende, ti fionda contro una parete, volo dell’angelo o angelo in volo: mi chiedo se a volare legati sia un dolo? Respiro, una boccata dell’aria fresca mi rigenera la testa, adesso corro veloce e mi butto verso la foce, del basento che incrocia gli altri fiumi e crea la piana di Metaponto, antica magna grecia, oggi moderna magna-magna di gente che non se ne fotte niente di fare del male a chi coltiva le fragole, le pesche, gli ulivi e le arance – tra cielo e mandarini, un vivido ricordo di un posto che mi ha segnato, insegnato a ritornare alla terra, a sentire il fragore dell’umore, confuso tra gli alberi, accanto al fiume, un barlume di speranza si apre e si determina, mentre corro verso il mare: che dolce m’è naufragare, nelle spiagge ancora selvagge, per nulla curate, del tutto usurpate dai fusti di veleni che custodiscono nel loro ventre, nell’oro della terra, ma noncurante, passo e penso a dante, alighieri il vate, ma questo suono mi per-vade, perché lo assimilo con la lingua italiana, quella che m’hanno insegnato, imposto, frapposto tra me e l’antico lucano: un suono amaro, ma tanto bello da sentire che ha richiamato come una sirena anche Coppola, Francis Ford, a bordo della sua car, a percorrere il boulevard di Bernald, e la gente si scald per un hotel aperto, per un cinema coperto: la lucania i suoi figli li riaccoglie, ma i torti non raccoglie, non sopporta, allora le ingiustizie mette alla porta.

Cantico del ballo mi ricordo di diana il vallo, dea cacciatrice, beatrice, torna dante e la sua badante nel paradiso, dei cattolici un’invenzione, del vaticano una convenzione, dei bigotti un’illusione: basilica si nasce, non si diventa e la lucania lo nacque, basilikos o lykos? Un dilemma, sono nato nella terra che con amleto spartisce il triste primato di chi la gestisce, con frodi e usurpatori del sogno, no questo non è un regno, non c’è polonio che tenga, neanche laerte, ma un nuovo politico uranio inerte, e petrolio il suo assistente, mentre i fanghi tornano a galla della cattedrale costruita dai galli, quando  oltre confine si odono i balli, qui mi siedo sulla battigia e osservo la mia ofelia, sì, lei sì che la vedo, col suo corredo, bianco e pulito e un anello al suo dito, mentre affonda nelle acque del fiume e verso l’isola di ogigia si dirige per ricordarci dell’uomo l’odissea, non la sua panacea, sebbene una marea di sensazioni, l’unione delle nazioni, del mediterraneo, un sogno che torna, ma ci hanno chiamato pigs, e allora togliendo degli irlandesi le gigs ci metto la i di italia, un paese dominato da talia, musa ispiratrice, mera ricattatrice: quindi mi soffermo sul sogno di fare un bel bagno con tutte le genti del mare nostro dove vorrei tornare a bagnarmi il rostro e dalle navi trireme, odo il canto delle sirene, allarmi immaginari che i mari resero leggendari, ma oggi è il tempo di assecondare l’OLA della natura, di tornare a essere e non aver paura, se non di re immergerci nella natura.

M so chiest tanda vot: si lucano o no? E allora m so rispost: c asine, e fai casin allur

Ca tutta la gend s’arrvot e gne abbisogn r bracc, gamm e cerviedd fort pe la cur

De la terra nostra c’amma pigghia ngoll, prima ca qualcrun la scapicoll

Abbasc da li mondagn vers u mare, passand p li laghi, le vall e li coll

Scriv quatt parol r passione pe na terra ca n’have abbisuogn veramend

M’intuosto i nierv e scaten nu casin, pecchè p a la Lucania n’ardore forte dintra send.

Uagliuni&Uagliune….na bestemmia pe sta libertà

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